Questo articolo fa parte di una serie di estratti dal romanzo “Nazione Interrotta”, che recuperando atmosfere, episodi e personaggi dell’Orlando furioso, narra vicende e avventure intrecciate col processo di costruzione dell’Unità d’Italia.

Mosso dall’auspicio di riprendere il discorso avviato in quegli anni cruciali ma presto interrotto, il romanzo si interroga su alcuni caratteri costitutivi dello Stato italiano, passando dai temi caldi e appassionati degli ideali a quelli cinici e lucidi degli interessi e delle trame, dalle atmosfere incantate ed effervescenti dell’epica cavalleresca a quelle brutali e inferocite della guerra civile.


Dopo due giorni di marcia indisturbata, senza cavalli né artiglieria, il 13 maggio Agramante era entrato a Salemi, occupando la casa del marchese Torralta. Il 14 si proclamerà Dittatore della Sicilia in nome di re Marsilio II e farà sequestrare i fondi della Cassa Pubblica comunale. La sera prima, a Rampagallo, sulla strada per Alcamo, reclutati dal siciliano La Masa presso i baroni della zona e accompagnati da Gano di Maganza, si erano aggregati 1200 picciotti, che, nel suo diario, il volontario Giuseppe Cesare Abba descrive come “montanari armati fino ai denti, con certe facce sgherre e certi occhi che paiono bocche di pistole; tutta questa gente è condotta da gentiluomini, ai quali obbedisce devota”. Il barone Brancaccio di Carpino racconterà in seguito delle battute effettuate nelle campagne per ingaggiare, a 4 tarì al giorno, contadini animosi e uomini di ogni risma, senza alcuna selezione purché disposti a battersi.

Le prime squadre di picciotti, dotati di armi e robusti cavalli, appartenevano a Stefano Triolo barone di Sant’Anna, da Alcamo, e a don Alberto Mistretta, da Salemi. A loro si uniranno le squadre del trapanese riunite da don Giuseppe Coppola e dal barone Michele Mokarta, in gran numero e pure loro con armi e cavalli, e anche una squadra proveniente da Santa Ninfa e da Vita. Conoscevano la zona alla perfezione e costituiranno il lasciapassare di Agramante sul territorio. I picciotti scorteranno la spedizione e a Calatafimi, mentre quelli di Sant’Anna parteciperanno allo scontro, gli altri si sistemeranno sulle colline intorno a incitare e urlare, con l’intento di valutare l’affidabilità e il coraggio degli “Italiani”.

Non rivoluzionari “settari”, dunque, né tanto meno contadini insorti ingrossano per ora le truppe di Agramante, ma avventurieri e disperati disposti a battersi in cambio di una remunerazione giornaliera, nonché picciotti al servizio di baroni e notabili, abitualmente usati come milizia privata per resistere alle pressioni del governo centrale, dei re borbonici come dei viceré stranieri, o a sostegno della competizione isolana o per angariare i ceti subalterni senza terra e potere.

Finora nemmeno l’ombra di armati borbonici. Sebbene fosse risaputo che lo sbarco dei filibustieri, come venivano chiamati dai notabili del regime, dovesse avvenire fra Mazara e Marsala, la zona era sprovvista di guarnigione armata, insensatamente richiamata a Palermo dopo aver sedato il 6 maggio un’insurrezione nel marsalese.

Il settantenne Luogotenente del re, Paolo Ruffo di Castelcicala, informando Napoli dello sbarco, richiese il rinforzo di altre truppe pur potendo contare su circa trentamila armati. La notte del 12 maggio partì da Gaeta un contingente di truppe scelte ma, giunto a Palermo, resterà inutilizzato, rinchiuso nella Fortezza anche quando la guerra arriverà in città. Intanto, ad affrontare Agramante era stato inviato da Palermo, con un cospicuo schieramento, l’anziano e acciaccato generale Francesco Landi. Giunto il 13 maggio a Calatafimi, cittadina posta in posizione dominante, Landi decise di non avanzare oltre e attendere l’arrivo del nemico.

Frattanto, il Luogotenente ordina a Rinaldo, in servizio a Trapani, di raggiungere con il suo reparto il generale Landi a Calatafimi, che venne così a trovarsi al comando di tre battaglioni, appoggiati dall’artiglieria e da uno squadrone di cavalleria, in tutto 2.500 soldati regolari modernamente armati ma comandati dal pavido e irresoluto generale, settantaduenne malmesso che si muoveva solo in carrozza e del tutto a digiuno delle aggiornate condotte di guerra, che contro il nemico, un migliaio di volontari più i picciotti del barone Sant’Anna ma privi di cavalleria e artiglieria, impiegherà solo 14 compagnie delle 20 a disposizione.

Il 15 maggio, Landi manda in ricognizione tre colonne, circa 1700 soldati, con l’ordine di scovare il nemico ma senza attaccarlo e, se attaccati, di ritirarsi. La colonna comandata da Rinaldo, circa 600 uomini, avvista il nemico verso mezzogiorno; Rinaldo invia una staffetta al comando per rinforzi e rifornimenti e si sistema sull’altura di Pianto Romano, un vigneto a terrazzamenti – sette o nove, secondo le diverse testimonianze – bordati da muretti a secco di proprietà della famiglia Romano, di fronte al piccolo borgo di Vita, nei pressi di Calatafimi, non distante dai resti di Segesta.

Agramante, indisturbato per quattro giorni densi di contatti e trattative, si era mosso all’alba e da un paio d’ore osservava, dalla collina di fronte, lo scenario e lo schieramento borbonico, mentre i suoi stazionavano al piano. A mezzogiorno, scorta l’avanguardia nemica, decide di aggirare Pianto Romano muovendo verso la campagna a destra dell’abitato. Il battaglione borbonico era ben addestrato e meglio armato, e Rinaldo, pressato dai suoi soldati, decise di tagliare la strada ai filibustieri, tenendoli impegnati fino all’arrivo dei rinforzi. Scese al piano e attaccò, facendo le prime vittime; dall’altro campo si rispose con un veemente assalto corpo a corpo che impressionò gli avversari, facendoli arretrare, seppure ordinatamente e con poche perdite, fino a ripararsi sul gradone più basso del terrazzamento. Nel frattempo si erano aggiunte le altre due colonne borboniche uscite in ricognizione. Non disponendo di altri mezzi, Agramante tentò due assalti consecutivi ma i suoi uomini furono respinti con ingenti perdite. Annota Abba, sul diario, che vide Agramante “a piedi, con la spada sguainata sulla spalla destra, andare innanzi lento e tenendo d’occhio tutta l’azione. Cadevano intorno a lui i nostri … Bixio corse di galoppo, a fargli riparo col suo cavallo, e tirandoselo dietro alla groppa gli gridava: <Generale, così volete morire?> … credei d’indovinare che al Generale paresse impossibile il vincere e cercasse di morire”.

Intanto, i picciotti appostati sui costoni urlavano, incitavano, facevano il tifo contro i borbonici. Con un nuovo assalto, i filibustieri conquistarono il primo gradone, costringendo i duosiciliani ad arretrare sul secondo, da dove respinsero un nuovo attacco guidato dallo stesso Agramante, ma non il successivo che li fece indietreggiare sul terzo terrazzamento.

In quello schieramento, con le due parti disposte fra secondo e terzo gradone, si sospesero per una breve pausa gli assalti. Risalire di corsa i terrazzamenti per gli attaccanti era massacrante e li esponeva per lungo tempo indifesi ai colpi nemici. Alle 15, Agramante sferrò un attacco concentrato che avrebbe dovuto essere risolutivo ma il combattimento si stava risolvendo a favore dei duosiciliani: Schiaffino, il portabandiera della spedizione perse la vita e l’insegna; fu ferito Menotti, il figlio di Agramante e lui stesso scampò alla morte per l’eroismo del volontario Augusto Elia, che fece scudo col proprio corpo ed ebbe la mascella fracassata.

I filibustieri erano esausti, senza fiato, con le gambe molli e gli occhi dilatati che ci vedevano doppio, ma, a quel punto, il generale Landi, che osservava il combattimento in carrozza dal paese, invece di mobilitare cavalleria e artiglieria e lanciare gli altri 800 uomini che erano rimasti inoperosi e pure gli chiedevano insistentemente di combattere, impugnò la bandiera sottratta ad Agramante e, gridando “vittoria, vittoria!”, fece suonare la ritirata senza neanche avvertire Rinaldo, costretto a riportare i suoi verso il grosso delle truppe che si stava allontanando.

Uno dei volontari, Francesco Grandi, scrisse nel suo diario che loro “si meravigliarono, non credendo ai loro occhi e orecchie, quando si accorsero che il segnale di abbandonare la contesa non era lanciato dalla loro tromba ma da quella borbonica”. E annota Abba: “Quando questi cominciarono a ritirarsi protetti dai loro cacciatori, rividi il Generale che li guardava e gioiva. Dal campo stemmo a vedere la lunga colonna salire a Calatafimi … ci pareva miracolo aver vinto”. Alla fine sul campo rimasero 32 morti e 182 feriti tra i filibustieri e 36 morti e 150 feriti tra i borbonici.

Un bilancio equilibrato e non da sconfitta – commenterà Rinaldo, raccontando la battaglia al padre – ma fu il modo in cui si è gestito lo scontro e la ritirata a sconcertare le truppe, cominciando a dubitare fortemente del valore e della fedeltà dei comandanti.

In genere, si giudica l’anziano generale borbonico un inetto, un incapace desideroso solo di tornare al più presto a Palermo e andare in pensione; ma, secondo il coevo storico legittimista Giacinto de’ Sivo, nel marzo 1861 Landi esibì in banca una fede di credito a suo favore di quattordicimila ducati e, quando questa si rivelò contraffatta, valendo solo 14 ducati, il generale, minacciato di denuncia, confessò di averla ricevuta dalle mani di Agramante. Dopo pochi giorni, Landi morì di colpo apoplettico; secondo De’ Sivo, per il dispetto di essere stato ingannato. Lo storico, in più occasioni, ha ripetuto di aver visto di persona il documento, rimasto per alcuni anni nell’archivio della sede palermitana del Banco di Sicilia. In ogni caso, i cinque figli del generale fecero tutti carriera nell’esercito unitario.

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