Questo è il terzo di una serie di estratti dal romanzo “Nazione Interrotta”, che recuperando atmosfere, episodi e personaggi dell’Orlando furioso, narra vicende e avventure intrecciate col processo di costruzione dell’Unità d’Italia.

Mosso dall’auspicio di riprendere il discorso avviato in quegli anni cruciali ma presto interrotto, il romanzo si interroga su alcuni caratteri costitutivi dello Stato italiano, passando dai temi caldi e appassionati degli ideali a quelli cinici e lucidi degli interessi e delle trame, dalle atmosfere incantate ed effervescenti dell’epica cavalleresca a quelle brutali e inferocite della guerra civile.

Il secondo estratto è disponibile qui.


In una successiva lettera, Rinaldo informa il cugino che le cose stavano precipitando. A fine marzo, un certo Francesco Riso aveva nascosto armi e munizioni in un magazzino del convento della Gancia, a Palermo. La notte del 3 aprile, complice il frate guardiano, vi fece irruzione un manipolo di insorti che, all’alba, da tetti e finestre sparò contro una pattuglia, uccidendo un soldato. Un reparto dell’esercito in poche ore liberò il convento, uccidendo 19 congiurati e catturandone la maggior parte. Tra i feriti, il figlio di Riso che, morente, svelò tutti i particolari della congiura. Altri moti scoppiarono nell’isola fra il 13 e il 18 aprile ma, privi di partecipazione popolare, furono rapidamente sedati. Intanto – continuava allarmato Rinaldo – le voci sull’imminente sbarco di Agramante nel sud dell’isola, prima sussurrate o riservate ai dispacci diplomatici e dei servizi di sicurezza, ora circolano in piena libertà e con abbondanza di dettagli. Da giorni, settari e picciotti reclutati da Corrao e Rosolino Pilo si sono accampati, in attesa dell’arrivo di Agramante, sulle colline intorno a Palermo, accendendo fuochi durante la notte per intimidazione e propaganda. Rinaldo chiudeva la lettera invitando il cugino a raggiungerlo appena possibile, per discutere e decidere.

Una ridda di pensieri contrastanti affollò la mente di Orlando, ponendo in gioco i doveri di ufficiale duosiciliano, lo status di conte di Anglante, il ruolo di giovane patriota del suo tempo e volontario dell’unità d’Italia. Doveva affrontare gli eventi e capire se si trattasse di un’invasione o di un’insurrezione, se fosse la solita spedizione velleitaria o raccogliesse gli aneliti radicati nel popolo, se mirasse solo a una sostituzione dinastica o all’emancipazione dei deboli. Quale sarebbe lo schieramento più appropriato per l’angelico sembiante? Decise di accogliere l’invito di Rinaldo e porsi subito in viaggio, ma intanto già Angelica si aggirava fra Calabria e Sicilia.

Angelica

Lasciamo Orlando in partenza per Chiaramonte e poniamoci sulle tracce dell’angelico sembiante di libertà e giustizia, da decenni, e a vario titolo, vagheggiato e inseguito da cavalieri, paladini e patrioti di mezzo mondo. Mi sono imbattuto, esimio lettore e adorabile lettrice, in molteplici riscontri di voci e allegorie, rapidamente attecchite fra le genti, secondo le quali, dopo un lungo ed effervescente girovagare nel nord della penisola, Angelica si trovava in uno stato di afflizione. Per volere del Conte, le era stato rubato, dal nano Brunello, l’anello fatato che, portato al dito, proteggeva da ogni incantesimo e, tenuto in bocca, rendeva invisibili. Con l’anello, Angelica riusciva a muoversi in libertà, portando ovunque scintille patriottarde ed entusiastico scompiglio. L’incarico di Brunello era di farsi inseguire, trascinando l’angelico sembiante presso cavalieri e paladini duosiciliani, per traviarli, scompaginarne le schiere e portarseli dietro.

Completato il lavoro in Calabria, sarebbe venuto il turno della Sicilia: il nano appariva e poi si nascondeva, e Angelica a correre, cercare, inseguire, attirando suo malgrado cavalieri e rivoltosi, che immancabilmente si mobilitavano a frotte al suo seguito, pur ignorando il reale obiettivo della trama, innescando così un carosello sempre più ampio e frenetico.

Ma voglio questo canto abbia qui fine,
e di quel che voglio io, siate contenti;
che meglio cose vi prometto dire,
s’all’altro canto mi verrete a udire.


(L. Ariosto, Orlando furioso, XXXVI,84,5-8)
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