Vittime dell'eccidio di Bronte

In Sicilia, l’effervescenza della primavera 1860 esplose, dopo lo sbarco dei Mille a Marsala, in sollevazioni popolari con razzie degli ammassi, devastazioni di archivi notarili, catasti e Municipi, occupazione di terre. Specie dopo il decreto del 2 giugno, con cui Garibaldi prometteva l’assegnazione dei fondi demaniali, braccianti e contadini si sentirono legittimati a rivoltarsi e occupare i terreni usurpati, a prendersi la libertà promessa – libertà dal giogo e dalla miseria. Si combatteva, insomma, una guerra parallela a quella “italiana”, la rivolta contro gli eterni assetti sociali, la fame, la persistente soggezione feudale.

Nella prima fase della spedizione, Garibaldi cercò con abilità di tenere insieme le rivendicazioni di tutti, patrizi e plebei, radicali e moderati, autonomisti e unitari, incanalando le loro battaglie contro il comune nemico borbonico; ma una volta istituito il governo dittatoriale, di fronte al radicalizzarsi dello scontro sociale, il Dittatore è costretto a scegliere. Supportato dai continui sbarchi di soldati piemontesi e veterani stranieri, Garibaldi si libera dell’ala popolana e radicale del suo schieramento e, per continuare ad apparire agli occhi del Piemonte e delle potenze europee, come custode dell’ordine tradizionale e nemico di ogni deriva rivoluzionaria, dalla metà di giugno il suo governo, retto da Crispi, passa decisamente alla repressione delle rivolte. Scriverà con amarezza lo scrittore Ippolito Nievo, vice-intendente della spedizione in Sicilia, che ora alle camicie rosse toccava di fare i carabinieri contro gli alleati di ieri.

La situazione di Bronte

Ma a Bronte, sul versante etneo occidentale, accadrà qualcosa di più, si allestirà una repressione spettacolare, con fucilazioni e processi. A Bronte comandavano gli inglesi, i principali protettori della spedizione garibaldina, e non avevano alcuna intenzione di risultarne le prime vittime; bisognava rendere evidente a tutti che Garibaldi avrebbe scongiurato il rischio di una rivoluzione sociale.

Quelle terre, estese per migliaia di ettari, furono donate da Ferdinando I di Borbone, come ricompensa per il ruolo svolto nella riconquista di Napoli dopo i fatti del 1799, all’ammiraglio inglese Horatio Nelson. Era una donazione perpetua con diritto di “ducea”, cioè, riprendendo antiche consuetudini feudali, con autorità giurisdizionale civile e penale nonché potere di imporre servitù e gabelle. La presenza della ducea condizionava anche la vita politica locale. Classe dirigente e decurioni civici si dividevano in “ducali”, sostenitori dell’assetto esistente della ducea e delle usurpazioni, e “comunali”, che rivendicavano il passaggio della ducea al Comune e, ma solo i più radicali, la divisione dei latifondi con distribuzione di quote ai contadini.

La rivolta delle coppole

Leonardo Sciascia (“Verga e la libertà”, in La corda pazza, pp. 94-96) ha descritto la durissima vita dei braccianti, considerati gli ultimi nella scala sociale isolana, simili a bestie che con ostinazione faticano, zappano, arano, sotto le intemperie o il solleone e, se fortunati, dispongono saltuariamente di pane nero raffermo, cibandosi per lo più con acqua di cisterna, bacche, radici e verdure. La povera gente sperava che le cose potessero migliorare con la formazione di un consiglio civico non più espressione di latifondisti e notabili; ma alle nuove elezioni, a base censuale ristretta, vinsero ancora i conservatori, accendendo la rabbia dei ceti poveri e subalterni. All’avvicinarsi di Garibaldi e confidando in quel decreto del 2 giugno, i contadini-vassalli di Bronte si ribellarono, in nome della libertà, cioè per la terra e contro la soggezione e la miseria ma anche per l’abolizione della feudale ducea. Le coppole insorsero e come furie si rivoltarono contro i cappelli. La rivolta, iniziata il 29 luglio, esplose violenta tra il 2 e il 3 agosto 1860: disordini, caccia ai signori, regolamento di vecchi conti, incendio del catasto – ritenendo che distrutti i titoli di proprietà o possesso sarebbe stato più facile dividere la terra. Fu un crescendo di eccitazione e furore, con posti di blocco, incendi, spari nell’aria, proclami minacciosi urlati a piena voce, 16 uccisioni.

Pressato dai Consoli inglesi in Sicilia, Garibaldi decise di intervenire. Il 4 agosto giunse a Bronte una compagnia della guardia nazionale, limitandosi però a parlamentare con gli insorti senza forzare la situazione. Il 6 agosto arrivò invece Nino Bixio, con due battaglioni e la raccomandazione di reprimere con il massimo rigore la rivolta. Sapeva Garibaldi di poter confidare sul buon esito della missione, essendo note l’arroganza e la ferocia del suo generale.

La rappresaglia

I capi della rivolta e gli insorti più violenti, frattanto, si erano rifugiati fuori dell’abitato, fra boschi e alture. Bixio decretò subito lo stato d’assedio e la consegna delle armi, imponendo pure una tassa di guerra. Fece affiggere un avviso che dichiarava Bronte “colpevole di lesa umanità”. Dopodiché iniziò una rappresaglia feroce e indiscriminata, ma in paese non sui monti. Fece arrestare 5 uomini indicatigli dai “ducali”, fra cui l’innocuo scemo del paese – a ogni evidenza del tutto infermo di mente, colpevole di aver girato per le vie cittadine col capo cinto da un fazzoletto tricolore profetizzando, poco prima della rivolta, amare sciagure ai galantuomini – e l’avvocato Nicolò Lombardo, notabile locale e vecchio liberale “radicale”, ma definito da Bixio un reazionario borbonico: sarà arrestato con l’accusa di non aver tenuto a freno la violenza contadina ma, in realtà, perché espressione degli interessi comunali e popolari contro quelli di usurpatori e “ducali”.

Processo farsa

Una Commissione mista di guerra, presieduta dal maggiore De Felice, celebrò una parodia di processo, durato appena quattro ore, senza riconoscere alcun diritto di difesa. Era la sera del 9 agosto, fu data agli imputati appena un’ora per presentare per iscritto le ragioni a loro discolpa. A parte l’avvocato, gli altri erano analfabeti. Impiegarono due ore e il “tribunale” respinse il documento. Alle 8 di sera era tutto deciso: cinque condanne a morte, pronunciate in nome di re Vittorio Emanuele II, seppure non ancora re d’Italia. Il 10 agosto 1860, all’alba, furono fucilati davanti alla cittadinanza nella piazzetta della chiesa di San Vito. Durante il percorso dalla prigione alla piazza, il matto continuava a baciare uno scapolare che portava al collo mormorando con convinzione il suo auspicio – La Madonna mi salverà! Un ufficiale lesse la sentenza, poi le scariche di fucileria, i corpi caduti uno sull’altro. Il matto era ancora vivo, si gettò ai piedi di Bixio: Grazia, grazia, la Madonna mi ha fatto la grazia, adesso fatemela voi! Ma il generale ordinò al sergente Niutti di ammazzare quella canaglia e così il matto ricevette il colpo di grazia. I cadaveri furono lasciati fino a sera sul luogo dell’esecuzione, come monito intimidatorio.

L’epilogo

Il 12 agosto Bixio annuncia al mondo che a Bronte è stata ripristinata la legalità – seppure in tempi di invasione di uno Stato sovrano, di una guerra in corso anche se non dichiarata, di una rivoluzione invocata o promessa, di un aleatorio e inapplicato decreto di quotizzazione delle terre. Bixio scriverà che gli assassini e i ladri di Bronte sono stati severamente puniti, che è compito del governo valutare il reintegro di ciascuna terra demaniale e chi proverà a farsi giustizia da sé sarà trattato da sovversivo – cioè, esattamente come era stato fino allora. Gli esponenti dell’establishment del vecchio regime diventano in buona sostanza i sostenitori e i beneficiari della “rivoluzione” di Garibaldi, mentre coloro che in nome di Garibaldi si rivoltavano contro le antiche concentrazioni di proprietà e potere vengono trattati come sovversivi di stampo borbonico. Un secondo processo in Corte d’assise a Catania comminerà, nel 1863, 37 condanne, di cui 25 ergastoli. Nell’arringa difensiva, l’avvocato Michele Tenerelli Contessa sosterrà, inutilmente, che la rivolta dal 2 al 5 agosto 1860 era stata la “brutale confermazione” della rivoluzione partita da Marsala, della chiamata alle armi del popolo contro il nemico, cioè contro il Borbone e contro quei Brontesi che si opponevano al riscatto dei ceti subalterni, alla libertà da soggezione e miseria, alla distribuzione della terra. Ma in Sicilia i giochi erano ormai fatti e non era più tempo di ipocriti infingimenti.

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