Nel dopoguerra, gli aiuti del Piano Marshall e quelli per la ricostruzione produttiva e ambientale, previsti soprattutto per il sud che aveva sopportato i danni maggiori dalla guerra, furono dirottati al nord per agevolare, si disse, la ripresa industriale. Si vara invece, nel 1950, la CASMEZ, Cassa per il Mezzogiorno, per fare al sud opere “straordinarie” che al centro-nord avevano già fatto e continuavano a fare con dotazione ordinaria (scuole, bonifiche, elettrificazione, strade, acquedotti).

lavori in corso con la CASMEZ, Cassa per il Mezzogiorno

Sarà del tutto elusa la L. 634/29.7.57 per l’industrializzazione del Mezzogiorno, che imponeva alle aziende pubbliche di effettuarvi il 60% dei nuovi investimenti fino a raggiungere il 40% del totale degli insediamenti industriali. Con la crisi petrolifera del 1973, inoltre, gli stanziamenti pubblici al sud non riguarderanno più le attività produttive bensì il sostegno assistenziale al reddito (pensioni d’invalidità, sussidi), per dirottare i fondi, si disse, sulla riconversione industriale del nord. Fino a tutti gli anni ’80, il sistema sembra funzionare: le tasse sono lievi, l’evasione tollerata, il nord si tiene i suoi soldi e al sud li trasferisce lo Stato in deficit (incrementando il debito pubblico su cui il nord lucra il 90% degli interessi), le imprese del nord vendono beni che diversamente il sud non potrebbe comprare.

Il sud è tenuto in minorità, privato di materie prime (il più grande giacimento di metano d’Italia, e forse d’Europa, scoperto nel foggiano; il petrolio di Basilicata e Sicilia), escluso dagli investimenti produttivi, ridotto a riserva di manodopera e mercato delle imprese del nord, nutrito di assistenza purché non possa competere in autonomia.

Verso la fine degli anni ’80, però, comincia il ciclo che porta all’aumento delle tasse, al controllo del debito per l’adesione alla moneta unica europea, alle contrazioni del reddito per la crisi mondiale. Dopo avergli impedito di essere e fare, si comincia a rimproverare il sud di non essere e di non fare. Ora il sud diventa il nemico, il capro espiatorio. Non solo per la Lega, anche per altri partiti o pezzi di partiti il federalismo fiscale diventa lo strumento per spostare una quantità enorme di risorse verso le regioni più ricche.

Il meridione viene abbandonato quando ne ha più bisogno. La CASMEZ viene soppressa nel 1992, non a torto accusata di sprechi e regalie. Ma nella Milano di Tangentopoli non è che si facesse meglio. Per il TAV BO-FI si giustificano i 68 mln. di € a km con le montagne; anche sulla RM-NA ci sono, sia pure meno, ma bastano 24 mln. di € a km mentre ne occorrono 54 sulla TO-NO che è tutta in pianura. Ancora oggi si strepita per le presunte “migliaia di miliardi” della CASMEZ. In realtà 140 mld. di euro, in 42 anni, circa 3,5 l’anno, scarso lo 0,7% del PIL, e non come investimenti aggiuntivi ma per fare le cose che nel resto d’Italia erano finanziate da sempre e per via ordinaria: dal 1950 al 1992, sono stati costruiti 18 mila km di strade, 23 mila di acquedotti, 40 mila di reti elettriche, 1.600 scuole, 160 ospedali. E occorreva una Cassa straordinaria? Considerando che per infrastrutture e servizi, il mezzogiorno ha una dotazione fra il 30% e il 60% inferiore rispetto al nord, viene da chiedersi con quali soldi han fatto lassù così tanto, senza Casse e fondi straordinari …

Negli anni dell’emigrazione, si sovvenzionavano perché “depresse” zone di Italia verso le quali emigravano gli abitanti del sud depresso. Con l’abolizione della CASMEZ, i governi a trazione nordista inseriranno fra le zone depresse alcune delle aree più ricche d’Europa, da Torino a Milano, Genova, Trieste, Reggio Emilia – il 32% della popolazione del centro-nord, cioè 11,5 mln. di persone, senza saperlo, si troverà a vivere in lande desolate! Questo è il risultato dell’assistenzialismo, che prima o poi anche agli altri, “per giustizia”, si estende l’aiutino. Per rendere aziende e territori competitivi, al sud servirebbe l’oltre 30% mancante di strade, ferrovie, porti, aeroporti; l’energia a costi ed efficienza pari al resto del paese. Ma le infrastrutture, una volta costruite restano e mettono il sud in condizione di collegarsi “pericolosamente” con i mercati. Meglio indennizzarlo, di tanto in tanto, per quel che manca – contratti d’area, patti territoriali, prestiti, sgravi che, prima o poi, saranno estesi al nord!

Vogliamo rimettere i numeri al loro posto? Un esempio. Nel 1999, con il DPEF del governo D’Alema si decise un riequilibrio delle spese nel paese: l’85% dei Fondi per aree sottoutilizzate sarebbe andato al sud, mentre per le spese ordinarie, il 30% al Mezzogiorno e il 70% al centro-nord. In totale, 45% al sud e 55% su. Impegno non rispettato dai governi di centrosinistra, meno che mai dagli altri. Nel migliore dei casi, il 2004, si è rimasti 4,6% sotto (cioè 7 volte quanto spendeva la CASMEZ), nel peggiore, il 2007, 9,7% (14 volte le spese della CASMEZ). Tutto sotto silenzio, nulla di paragonabile al clamore per la CASMEZ tuttora avvertibile.

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