Questo articolo fa parte di una serie di estratti dal romanzo “Nazione Interrotta”, che recuperando atmosfere, episodi e personaggi dell’Orlando furioso, narra vicende e avventure intrecciate col processo di costruzione dell’Unità d’Italia.

Mosso dall’auspicio di riprendere il discorso avviato in quegli anni cruciali ma presto interrotto, il romanzo si interroga su alcuni caratteri costitutivi dello Stato italiano, passando dai temi caldi e appassionati degli ideali a quelli cinici e lucidi degli interessi e delle trame, dalle atmosfere incantate ed effervescenti dell’epica cavalleresca a quelle brutali e inferocite della guerra civile.


Copertina Nazione Interrotta

A Marfisa, Astolfo ispirava fiducia e poi, come peraltro avevano già notato i Chiaramonte a palazzo, all’abituale brillantezza ora sembrava unire spessore e profondità. Gli raccontò così la sua vicenda familiare, rivelando anche il nome del fantomatico fratello. Astolfo capì che si trattava proprio di Ruggiero di Reggio, suo futuro parente, e disse a Marfisa che il fratello era nel frattempo diventato il promesso sposo di sua cugina Bradamante e di averlo incontrato nei giorni scorsi diretto a Palermo. Tacque, però, per cautela e discrezione, sulla delicata missione cui attendeva. Fu Marfisa a toglierlo dall’impaccio, raccontandogli proprio dei rapporti di Ruggiero col governo piemontese. Lei invece, recatasi a Genova sulle tracce del fratello, seppe che era già partito per la Sicilia e così per raggiungerlo decise di imbarcarsi nella spedizione guidata da Agramante.

In città e al porto, racconta Marfisa, c’era un via vai frenetico di uomini, armi e curiosi, sotto gli occhi acquiescenti delle autorità civili e militari. Fra i volontari, molti indossavano una camicia rossa, in tanti vestivano le uniformi di Cacciatori delle Alpi, altri quella dell’esercito piemontese, alcuni esibivano la medaglia della guerra di Crimea. Notai uno dei capi militari, Giuseppe Sirtori, agghindato con una palandrana nera e il cilindro, tanto da sembrare più un nobile al ballo che un sovversivo; il famoso Crispi indossava una redingote, buona forse per cavalcare ma troppo stretta in vita; un altro, Giacinto Carini, portava un berretto da viaggio all’inglese e un soprabito troppo corto che lo metteva a disagio. Il più eccentrico era un certo Camillo Calona, con un vistoso abito rosso e, baluginante sotto la luna, una chioma argentea che fuoriusciva da un cappellaccio nero con tanto di piuma di struzzo.

C’era pure un gruppo di una ventina di sardi in costume tipico, guidati da un tale Brusco Omnis, che però andarono via appena Agramante lesse il proclama. Appreso che la missione era in nome dell’Italia e di re Marsilio II, da fieri repubblicani e autonomisti gridarono che nessun re valeva una goccia del loro sangue. Pensavano di imbarcarsi con dei rivoluzionari e si erano ritrovati fra gente che combatteva per estendere il dominio di un monarca …

Prima dell’imbarco, proseguì Marfisa, ho conosciuto Rosalie Montmasson, moglie o quasi-moglie di Crispi, fiera savoiarda ma anche donna ardita, vivace e indipendente. Facemmo subito amicizia e durante il viaggio ci siamo ritrovate spesso insieme, chiacchierando di tante cose. Provavo curiosità per quell’avventura, ma soprattutto avevo fretta di arrivare in Sicilia e riprendere la ricerca di Ruggiero.

Il 5 maggio infine si ordinò di salpare. A sera, un manipolo guidato da Gradasso, il braccio destro di Agramante, assaltò due piroscafi attraccati nel porto di Genova, il Lombardo e il Piemonte. Da subito, ho avuto l’impressione che fosse tutta scena. In uno dei porti più affollati e controllati del Mediterraneo non può accadere di assalire armi alla mano due navigli, accendere le caldaie, avviare il motore e levare le ancore senza essere scoperti e arrestati. Fra l’altro, una volta in viaggio, abbiamo appreso che il Lombardo non voleva saperne di mettersi in moto e, anziché rubare un altro naviglio, Gradasso mandò a chiamare un ingegnere, un certo Campo, siciliano, e comunque il piroscafo dovette essere rimorchiato al largo dal Piemonte. In tutto, occorsero più di sei ore per uscire dal porto, un’eternità in cui le autorità preferirono evidentemente guardare altrove.

Noialtri, intanto, aspettavamo con Agramante sulla vicina spiaggia di Quarto. È veramente amato e ammirato il Generale. Nonostante sia bassino, tarchiato e claudicante emana un carisma trascinante. Appena buio, Agramante ordinò di andare incontro ai piroscafi con le scialuppe. Si attese per ore al largo, fra noia e imprecazioni, e solo all’alba si videro i vapori.

Alle quattro del 6 maggio, ci imbarcammo sui due piroscafi, circa settecento sul Lombardo, comandato da Gradasso, io e gli altri quasi quattrocento sul Piemonte, al comando di Agramante e di Salvatore Castiglia. Fra gli imbarcati, il più anziano aveva 69 anni, il più giovane ne aveva undici e stette tutto il tempo accanto al padre. Molti erano veterani delle campagne del 1848, di Crimea, di Lombardia. Pochissimi i meridionali, in compenso erano più numerosi gli stranieri – inglesi, polacchi, turchi e soprattutto ungheresi.

Le casse dei rifornimenti furono tirate su alla rinfusa, gli uomini si aggrappavano alle scale di corda in quattro, in otto, azzuffandosi per salire prima sul piroscafo, un parapiglia indescrivibile. La maggior parte aveva poca dimestichezza col mare e, ai primi rollii del naviglio, in tanti cominciarono a vomitare o a non riuscire a trattenersi dall’evacuare, per poi giacere prostrati sul tavolame.

Il 7 maggio facemmo tappa a Talamone, da alcuni mesi porto sabaudo. Ostentando l’uniforme da generale piemontese, Agramante si presentò al comandante del forte, il maggiore dei bersaglieri Giorgini, esibendo l’autorizzazione del Ministero della Guerra di Torino a prelevare rifornimenti di ogni sorta. Ci fermammo lì due giorni. Fummo riforniti di viveri e armi. Imbarcammo anche delle casse contenenti, mi è sembrato, molto denaro. Furono consegnate allo scrittore Ippolito Nievo, un tipo elegante, serio, riservato, appena nominato con decreto vice-intendente della spedizione. Per tutto il viaggio e anche dopo lo sbarco, da quelle casse non si è separato mai. Di sicuro, a Talamone è stato sbarcato qualcuno, qualche decina di uomini che non ho più visto, uno zoppo, degli attaccabrighe, alcuni bifolchi sbruffoni che avevano provato a infastidirmi ma che ho tenuto facilmente a bada e poi un omone esuberante e chiassoso, Callimaco Zambianchi. Ma suppongo che siano stati imbarcati degli altri, giacché i due piroscafi mi apparvero più bassi sull’acqua e più lenti.

Siamo ripartiti il nove. In vista delle coste sarde – continuò Marfisa, assumendo un’aria beffarda e perplessa che meravigliò Astolfo – mi accorsi che da lontano venivamo scortati da navi della marina sabauda, mentre per tutta la navigazione, con giornate terse e mare calmo, non incontreremo mai naviglio duosiciliano.

Come puoi facilmente immaginare, caro lettore, in quel momento Marfisa ignorava che anche gli inglesi vegliavano sulla spedizione. I telegrafi battevano dispacci a tutto spiano, aggiornando Londra sulla navigazione. Il 10 maggio partì l’ordine dell’ammiragliato di Londra per due cannoniere inglesi, la Argus e la Intrepid, di portarsi da Palermo a Marsala. Si disse per proteggere la locale colonia inglese dai disordini, che però erano stati domati da un pezzo. La spedizione era ben nota al governo borbonico, se ne parlava da mesi e i preparativi avvenivano alla luce del sole. In ogni caso, il console duosiciliano a Genova, Garrou, il 6 maggio telegrafò più volte a Napoli avvertendo della partenza di Agramante. Si sapeva anche che sarebbero sbarcati nel trapanese, per cui in quelle acque erano state allertate alcune navi da guerra, che però se la presero comoda e ai primi di maggio erano ancora lontano dai punti assegnati. Cominciano allora strane inerzie, perdite di tempo, richieste di rinforzi. Ad ogni modo, le navi a Marsala arrivarono tardi e non impedirono lo sbarco. Costa e entroterra erano sguarniti. Da Palermo, il generale Letizia era arrivato a Marsala con 700 armati il 28 aprile, ma era rientrato dopo pochi giorni con delle barcacce di pescatori messe a disposizione dalle ricche famiglie inglesi del posto.

Man mano che ci avvicinavamo alla costa siciliana – riprese Marfisa – Agramante divenne decisamente agitato. Camminava su e giù per il ponte del piroscafo, poi si fece portare un cannocchiale enorme e cominciò a scrutare con cura la costa. Nei pressi delle isole Egadi, incrociammo un veliero commerciale britannico, salpato da Marsala. Il capitano riferì che da quelle parti non si vedevano navi borboniche. Agramante tuttavia fece procedere i due piroscafi con cautela, finché non scorse due navi davanti al porto di Marsala. Erano inglesi e, appena ci identificarono, esposero il loro vessillo. Subito, i due piroscafi issarono i colori sabaudi e puntarono con decisione verso l’imboccatura.

Avvicinandoci, incrociammo paranze di pescatori che ribadirono l’assenza di navi e militari borbonici nella zona. Il capitano Alberto Strazzera, che guidava un peschereccio e aveva da poco traghettato i soldati del generale Letizia a Palermo, si offrì di prendere il timone del Piemonte. Sul Lombardo salirono dei pescatori per guidarlo fino all’attracco. Arrivammo a mezzogiorno, incontrando solo le due navi inglesi alla fonda, che ci lasciarono passare e si disposero a nostra protezione. Il Piemonte arrivò indisturbato fino al molo, attraccando proprio davanti alla casa vinicola inglese Woodhouse. Il Lombardo, più pesante, si arenò a poca distanza dal faro. Provvidero i pescatori a traghettare gli uomini.

I volontari, continuò Marfisa, sbarcarono rapidi e ordinati ma soprattutto senza alcun ostacolo. Le navi duosiciliane arrivarono più tardi, prima la pirocorvetta Stromboli, comandata da Guglielmo Acton, poi il Capri del comandante Marino Caracciolo. Stranamente, anziché attaccare, aspettano che le navi inglesi compiano una manovra di interposizione, permettendo ai volontari di completare lo sbarco indisturbati. Il Lombardo è arenato, a disposizione del tiro borbonico ma dallo Stromboli calano invece un battello che si dirige dal comandante inglese per chiedere se hanno truppe sulle banchine, sollecitandone il rientro. Attaccheranno solo a sbarco concluso e i tiri risulteranno corti o decisamente fuori bersaglio; colpiranno un cane spaventato in corsa, una scheggia sfiora una casa inglese, un’altra prende di striscio un volontario.

Mentre il Piemonte viene catturato, ghignò Marfisa, e rimorchiato a Napoli, il Lombardo, ignorato, sarà subito saccheggiato dai pescatori. Nessuno affrontò i volontari sbarcati, nessuno ci inseguì. Il Municipio fece l’elenco di coloro che aiutarono lo sbarco o accolsero Agramante e i suoi uomini, per ricompensarli. Con atto ufficiale, venne consegnata ad Agramante la cassa comunale: 890 ducati e 45 grana, cioè 3.560 lire piemontesi. A Marsala, parte della popolazione si chiuse in casa, altri fuggirono nelle campagne. Subito dopo lo sbarco, fummo festeggiati e rifocillati dagli inglesi. A sera, dopo aver distrutto il telegrafo, ci accampammo nella cittadina semivuota, riposando indisturbati fino all’alba, quando ci rimettemmo in marcia. Loro si diressero verso l’interno, a Salemi, io mi procurai quest’ottimo cavallo e ho ripreso la mia ricerca.

Va aggiunto, caro lettore, che pochi mesi dopo lo sbarco che non aveva impedito, sebbene nel 1848 non avesse avuto alcuno “scrupolo liberale” a reprimere l’insurrezione, Guglielmo Acton, passato con gli invasori, al comando della pirofregata sabauda Maria Adelaide parteciperà al lungo assedio di Gaeta, ultimo doloroso episodio di una sporca e feroce guerra fratricida, bombardando su civili ed ex commilitoni, combattendo lo Stato che aveva servito fino a pochi mesi prima. Risulta dal Carteggio del Conte che Acton si era da tempo appattato col capitano d’Aste, appositamente incaricato dal capo del governo piemontese, e, dopo l’unità, sarà ammesso nella Marina Italiana addirittura col grado di contrammiraglio, nel 1870 diventerà ministro della Guerra e poi senatore del regno. Quanto a Marino Caracciolo, pure lui già contattato, subito dopo lo sbarco passò agli ordini dell’ammiraglio piemontese Carlo Pellion duca di Persano e inalberando la bandiera sabauda, dopo l’arrivo di Agramante a Napoli, andò a intimare la resa al comandante del forte borbonico di Baia, ricevendo una velenosa risposta – “A chiunque altro sì, a voi no”.

Marfisa taceva, incerta se riprendere subito la ricerca del fratello o restare ancora un po’ con l’amico ritrovato. Astolfo sorrise quasi incredulo, indeciso se ritenere quella spedizione una burla riuscita o un raffinato azzardo. Nella sua mente frullavano vari interrogativi. E poi Marfisa, più parlava e più perdeva l’abituale espressione arcigna, rilassando i lineamenti e la voce in atteggiamenti cortesi e sereni. Rimasto per un po’ soprappensiero, Astolfo chiese a Marfisa la sua opinione.

Come è potuto accadere, esordì la guerriera, che in giornate di mare calmo e visibilità perfetta i due piroscafi potessero navigare indisturbati fino a Marsala, senza che la loro presenza venisse segnalata dai posti di avvistamento a terra o rilevata direttamente dalle navi di pattuglia? La flotta borbonica dispone di ventiquattro fregate a vapore, senza contare altro naviglio minore; pure ad affidare a ciascuna il controllo di venticinque delle tre o quattrocento miglia di costa, sarebbero bastate dalle dodici alle sedici fregate per intercettare qualsiasi imbarcazione ostile. Invece ad aspettarci c’erano solo le navi inglesi.

Ma di Agramante e dei suoi che ne pensi? – insistette Astolfo.

Agramante è un capo carismatico, ammirato e amato all’inverosimile. Perizia militare e capacità di comando gli sono state riconosciute nel corso degli anni da tutti, come pure è risaputa la sua abilità ad accendere i cuori e suscitate entusiasmi duraturi; bisognerà vedere come se la cava quanto a destrezza politica, quello è un altro campo. I suoi, mi chiedi. Sebbene ben addestrati e bravi nel corpo a corpo, sono pochi e male armati. Non hanno artiglieria né cavalleria. Se non trovano sostegni nell’isola sarà difficile spuntarla con le truppe borboniche; a bordo si diceva che in Sicilia siano acquartierati oltre ventimila armati. A meno che non si ripetano le fortunate combinazioni che hanno accompagnato la spedizione e lo sbarco… Per essere chiari, se la cosa prendesse una piega seria, i vertici militari borbonici vorranno combattere? Forse hanno deciso di attenderli lungo la strada o a Palermo, magari pensano che la cosa si sgonfi da sola … Ma non era più semplice attaccarli in mare con una o due navi da guerra?

Restarono ancora un po’ a chiacchierare. Infine, Astolfo disse che aveva un affare urgente da sbrigare per conto del padre, ma poi sarebbe stato libero. Avrebbero potuto vedersi l’indomani e fare insieme il viaggio verso Palermo. Prima magari le avrebbe presentato sua cugina, la promessa sposa di Ruggiero; volendo, Marfisa avrebbe potuto conoscere la famiglia di Bradamante, raccontare la sua vicenda, apprendere qualche notizia su Ruggiero. Si salutarono, dandosi appuntamento per l’indomani. Era scritto, però, che Marfisa e Bradamante dovessero conoscersi prima.

Ma ecco giunto al termine mi sento,

ove convien l’istoria diferire.

Ne l’altro canto il resto intenderete,

s’udir ne l’altro canto mi vorrete.

(L. A., Orlando furioso, XXXVIII,90,5-8)

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