Adesso noi dobbiamo farla da carabinieri contro i nostri alleati di ieri

Ippolito Nievo

Il poeta e narratore Ippolito Nievo fu un garibaldino della prima ora e partecipò alla spedizione dei Mille. Da Vice-intendente, gestì la cassa della spedizione e poi del governo pro-dittatoriale in Sicilia. Scrisse il romanzo “Le confessioni di un Italiano”, potente affresco risorgimentale che però fu pubblicato postumo e con difficoltà, giacché nel frattempo Ippolito Nievo era diventato un personaggio scomodo, sia per le sue critiche all’accantonamento dei “principi originari” effettuato dal processo unitario a guida piemontese, sia per il misterioso naufragio che gli costò la vita, affondando con le casse in cui conservava la documentazione relativa al suo incarico, quando era al culmine la polemica fra moderati e radicali circa la gestione finanziaria garibaldina.

Ma all’epoca della lettera, l’effervescenza per l’impresa avviata al successo era minata dall’amarezza per la repressione delle rivolte “campagnuole” intrapresa dal governo garibaldino. In tutta la Sicilia, dopo i velleitari tentativi precedenti, dal mese di giugno 1860, sull’onda dello sbarco di Garibaldi, erano scoppiate sollevazioni popolari con saccheggi di provviste, devastazioni di Municipi, occupazione di terre demaniali usurpate, mettendo in fuga o uccidendo gabellotti e latifondisti. Si combatteva una guerra parallela a quella dei Mille, contro gli eterni assetti sociali, la fame, la miseria e la persistente soggezione feudale.

Prima di Palermo

Fino alla presa di Palermo, Garibaldi riuscì con genialità a tenere insieme le rivendicazioni di tutti gli scontenti, patrizi e plebei, radicali e moderati, autonomisti e unitari, incanalando le loro battaglie nella propria. Il garibaldino grido di guerra Italia e re Vittorio Emanuele, per moderati e liberali equivaleva a “Italia unita sotto l’egida sabauda”; ma baroni e autonomisti, saldando il moderatismo sabaudo agli interessi della feudalità isolana, lo intendevano come “Sicilia autonoma, senza Borboni e dazi, nell’ambito dello Stato italiano”; per i ceti subalterni, significava “libertà dall’oppressione, ripristino degli usi civici, quotizzazione delle terre”; per speculatori e intermediari, infine, la rivoluzione “italiana” apriva nuovi spazi politici e allettanti opportunità economiche. Dagli uni, l’impresa di Garibaldi era vista come tutela dell’ordine tradizionale, seppure aperto ai nuovi notabili; dagli altri, invece, come scardinamento degli eterni rapporti di soggezione e privilegio. Specie dopo il decreto del 2 giugno, con cui Garibaldi prometteva terra ai patrioti, braccianti e contadini si sentirono legittimati a rivoltarsi e occupare demani usurpati e incolti, a prendersi la libertà promessa – libertà dal giogo e dalla miseria.

Dopo Palermo

Caduta Palermo e istituito il governo dittatoriale, però, di fronte al radicalizzarsi dello scontro sociale Garibaldi è costretto a scegliere. I continui sbarchi di soldati piemontesi e veterani stranieri gli consentono finalmente di emarginare l’ala popolana e radicale del suo schieramento. Non solo si libera di quei bifolchi assatanati, indisciplinati e armati alla meno peggio, ma, dalla metà di giugno, il suo governo, retto da Crispi, passa decisamente alla repressione delle occupazioni delle terre, utilizzando le colonne di Bixio, lungo la costa jonica, e dell’ungherese Türr, all’interno. Fra giugno e luglio 1860, esasperati tumulti e feroci repressioni si alternano nelle zone di Nicosia, Mistretta, Cerami, Regalbuto, Biancavilla, Centuripe, Randazzo, Maletto e in altri piccoli borghi del centro Sicilia e del circondario etneo. Come Ippolito Nievo scriverà deluso alla madre, ora ai rivoluzionari garibaldini toccava di fare i carabinieri contro gli alleati di ieri. Re e governo piemontesi erano stati chiari sin dall’inizio – annettere il resto della penisola ma senza toccare gli assetti sociali, le potenze europee non avrebbero permesso alcuna sovversione. Infine, i reparti di carabinieri arriveranno per davvero, inviati da Cavour su richiesta di Crispi.

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