Questo articolo fa parte di una serie di estratti dal romanzo “Nazione Interrotta”, che recuperando atmosfere, episodi e personaggi dell’Orlando furioso, narra vicende e avventure intrecciate col processo di costruzione dell’Unità d’Italia.

Mosso dall’auspicio di riprendere il discorso avviato in quegli anni cruciali ma presto interrotto, il romanzo si interroga su alcuni caratteri costitutivi dello Stato italiano, passando dai temi caldi e appassionati degli ideali a quelli cinici e lucidi degli interessi e delle trame, dalle atmosfere incantate ed effervescenti dell’epica cavalleresca a quelle brutali e inferocite della guerra civile.


Messosi in viaggio per la Sicilia, Orlando si fermò nella vicina Serra San Bruno per salutare lo zio Buovo d’Agrismonte. Raccontò delle lettere di Rinaldo e dei suoi timori. Buovo confermò che anche lì, fra la Sila Piccola e le Serre, i Maganzesi si schieravano compatti per il ribaltone filosabaudo. Preso congedo, Orlando si avviò verso la costa, insieme al cugino Malagigi, il fine e sapiente cultore di magie, che si offrì di guidarlo per una scorciatoia attraverso le Serre.

Prima di separarsi, si fermarono in un parco ombreggiato da alberi dalla folta chioma, accanto a un ruscello sinuoso e trasparente. Orlando non conosceva quel posto e, sbirciando intorno, notò dietro uno spuntone di roccia una massiccia fontana abilmente scolpita. Si avvicinò e osservò incuriosito l’esteso bassorilievo.

La parete era ricoperta di immagini ma, al centro, spiccava una grande scena animata. Si distingueva una bestia in corsa, d’aspetto feroce e raccapricciante – orecchie d’asino, testa e denti di lupo, busto di leone e per il resto simile a una volpe. La bestia scorrazzava avida e rapace, azzannando patrizi e plebei, mercanti e principi. Anche papi e vescovi erano segnati dai morsi del mostro. Contro la sua corsa cedeva ogni argine e la bestia proseguiva indomita, con un codazzo di adoratori, protesa verso l’imperio sulla terra.

Altre scene, più contenute, rappresentavano gironi infernali, uomini nei campi piegati sulla vanga e frustati da brutti ceffi, ordigni bellici e navi zeppe di eserciti, e poi recinzioni e pietre miliari, cumuli di monete, dottoroni e scrivani alle prese con bilancini, rogiti e codici. Altre, infine, simboleggiavano gesti e concetti per i quali ancora non si disponeva di parole idonee a designarli. Orlando osservò stupefatto. Intuiva un intento allegorico ma non riusciva a darsene un senso compiuto. Chiese aiuto al cugino.

Questa bestia crudele uscì del fondo

de lo ‘nferno a quel tempo che fur fatti

alle campagne i termini, e fu il pondo

trovato e la misura, e scritti i patti.

Ma non andò a principio in tutto ‘l mondo:

di sé lasciò molti paesi intatti.

Al tempo nostro in molti lochi sturba;

ma i populari offende e la vil turba.

Dal suo principio infin al secol nostro

sempre è cresciuto, e sempre andrà crescendo:

sempre crescendo, al lungo andar fia il mostro

il maggior che mai fosse e lo più orrendo.

(Orlando furioso, XXVI,40,1/41,4)

Malagigi confessò che da anni cercava di interpretare quella scultura e si era convinto che non conteneva solo una descrizione ma anche una predizione. Dovrebbe trattarsi, disse, della famosa fontana di Merlino, di cui vi è traccia in certi scritti di quattro, cinque secoli addietro. Descrive il potere crescente della cupidigia, che reca con sé rozzezza, violenza e inganno. Sin dal primo apparire, la cupidigia si afferma divorando tutto, città e campagne, uomini e donne, beni e saperi, ma soprattutto qualità – voglia di conoscenza e di bellezza, arti, senso della misura, equilibrio, rispetto – riducendo il mondo alle sole dimensioni dell’utile e del dominio. Primeggiano dei continenti soggiogandone altri, degli Stati si affermano a scapito dei vicini, province contro province, uomini in danno di altri.

Sai che ti dico? – sbottò Malagigi – che questo regno sarà presto invaso e sottomesso da nostri fratelli, spogliato di ogni bene, anche della stessa possibilità di riprendersi, e la prima causa saremo noi stessi, proprio noi Chiaramonte, tu, io e quelli come noi, ottusamente abbarbicati a prerogative e privilegi, abituati a sfruttare gli altri e a vivere di rendita, incapaci di immaginare un mondo diverso. Il resto del paese andrà per i fatti suoi mentre quaggiù quelli come noi cercheranno di perpetuare soggezione e predominio, fin quando non salterà il coperchio con cui da sempre cerchiamo di tarpare le ali degli uccelli più nobili.

Le sculture però, proseguì Malagigi, mi dicono altre due cose. La corsa sfrenata della bestia non sarà infinita; senza misura e contrappesi rischia di infrangersi contro un muro o precipitare in una voragine. La cupidigia nasce con la proprietà privata, con i confini a delimitare il mio e il tuo, con le recinzioni, i pesi e le misure, la definizione in forma legale di patti e contratti. Si è partiti con la recinzione di terre incolte e si è giunti ora alle occupazioni abusive di usi civici e terre demaniali. Cosa altro resta ancora? Occorrerà trovare degli argini con cui imbrigliare e incanalare questa forza esplosiva, prima che distrugga tutti.

Vedo un’altra previsione nelle figure. Nella penisola finirà come fra Roma antica e le città greche; quelli che sono stati sconfitti con le armi finiranno per conquistare i vincitori, ma questa volta non per superiore cultura o raffinatezza bensì per più temprata solerzia. Accadrà, prima o poi, un evento inatteso o incompreso, per cui le cose non procederanno più come al solito, nel modo canonico, e allora fra noi di quaggiù, più abituati a adeguarci, a adattarci alle sinuosità dei contesti e alle pluralità di forze e interessi in campo, qualcuno dotato di maggiore spregiudicatezza e risorse riuscirà ad imporsi, non più per rivendicazioni territoriali ma per arraffare l’intero paese. Leggo nelle sculture che allora, in quel preciso momento, venuta meno la convenienza a proseguire sui binari tracciati, si dovrà amalgamare forze diverse e all’apparenza inconciliabili, smussare gli angoli, comporre i dissidi; e la componenda, il negoziato fra differenti rapporti di forza, da sempre è lo strumento consueto con cui noi baroni e latifondisti conserviamo potere e ricchezza, ricorrendo alla bisogna anche a colpi di mano e picciotti.

I due cugini tacquero pensierosi. Giunto il momento dei saluti, si abbracciarono e ciascuno proseguì per la sua strada; Orlando, sempre più confuso, lui desideroso di cose chiare e nette, Malagigi, con la coda di paglia per aver taciuto al cugino la previsione delle sculture che quel “qualcuno” discenderà proprio dai Chiaramonte, dalle viscere e dai lombi di Bradamante e Ruggiero.

Ma lasciamo i due cugini alle loro inquietudini, giacché è ora di mantenere la promessa fatta alla fine del precedente capitolo. Avrai notato, caro e paziente lettore, che i nomi maschili di questa vicenda, a parte forse Astolfo, sono in genere frequentemente usati ancora oggi, mentre quelli femminili meno. Lungo i miei tanti anni non ho mai incontrato una Bradamante, forse me ne sarei innamorato e ancor più mi sarei innamorato di una Marfisa, ma ne ho incontrata solo una, da bambino, e più che affascinarmi mi terrorizzava. Era una zitellona che prestava servizi domestici presso alcune famiglie del paese. Ogni qualvolta si riteneva infastidita dai giochi di uno di noi ragazzini vocianti, affrontava a brutto muso il malcapitato, minacciando di strapparglielo e metterglielo in mano. I più piccoli stentavano a identificare l’oggetto della penosa manomissione ma i più grandicelli subito portavano trafelati entrambe le mani a protezione dell’inguine. Per anni, ho identificato quel nome con una virago energica e arcigna, votata al male e priva delle sfaccettature che ho poi rintracciato nella Marfisa di questa storia.

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