Questo è il secondo di una serie di estratti dal romanzo “Nazione Interrotta”, che recuperando atmosfere, episodi e personaggi dell’Orlando furioso, narra vicende e avventure intrecciate col processo di costruzione dell’Unità d’Italia.

Mosso dall’auspicio di riprendere il discorso avviato in quegli anni cruciali ma presto interrotto, il romanzo si interroga su alcuni caratteri costitutivi dello Stato italiano, passando dai temi caldi e appassionati degli ideali a quelli cinici e lucidi degli interessi e delle trame, dalle atmosfere incantate ed effervescenti dell’epica cavalleresca a quelle brutali e inferocite della guerra civile.

Il primo estratto è disponibile qui.


Come ho già accennato, tutto cominciò nel marzo del 1860, con un’allarmata lettera di Rinaldo che informava Orlando delle crescenti voci di preparativi insurrezionali in Sicilia e di un imminente sbarco, proprio dalle loro parti, nel trapanese, del grande Agramante, l’eroe dei due mondi, con una schiera di volontari, per rovesciare i Borbone e consegnare le Due Sicilie a re Marsilio II. La missiva paventava il rischio che le mire dei baroni autonomisti si saldassero con ambizioni e smanie del notabilato, riuscendo magari a coagulare le rivendicazioni di tutti gli scontenti, siano essi le plebi urbane e rurali, i “settari” esaltati, i fuorilegge incalzati dalla polizia di don Salvatore Maniscalco. Che fare, si chiedeva l’accorto Rinaldo, con chi schierarsi, tenendo anche conto che i Maganzesi si sono già posti alla testa dei ribaldi e si danno un gran daffare?

La lettera di Rinaldo

Sapeva Orlando dei precedenti tentativi di sbarco nelle Due Sicilie, tutti finiti male, uno addirittura alle porte di Cosenza. Ancora adolescente, si era infervorato per la purezza e la generosità dei volontari: un giovane ufficiale borbonico che pone all’incanto il futuro e la sua stessa vita; due fratelli veneziani, allora sudditi dell’impero austriaco e figli di un ammiraglio della marina absburgica, che si sacrificano in buona fede per il riscatto di una terra lontana. E tutto questo, nella convinzione che il sud borbonico fosse una polveriera pronta a esplodere e che bastasse accendere una miccia, senza preoccuparsi di preparare il contesto. Era vero, agli occhi di Orlando, che il mezzogiorno ribollisse di rabbia a stento trattenuta: vedeva braccianti e contadini in miseria, mortificati e sfruttati da generazioni; plebi urbane costrette a occupazioni servili e poco remunerate; giovani e intellettuali ansiosi di libertà e opportunità. Il disagio dilagava ovunque ma anche la disillusione, la rassegnazione esacerbata di fronte all’intangibilità di sperequazioni e privilegi. Sembrava a Orlando, però, che gente del sud e volontari “stranieri” parlassero linguaggi incommensurabili; che, in buona sostanza, il bisogno di equità degli uni e gli ideali di libertà e indipendenza degli altri non riuscissero ad amalgamarsi. I moti liberali degli anni ’20 e ’30, le rivoluzioni del ’48, i tentativi di repubblica a Napoli e Roma avevano avuto il difetto, secondo lui, di ignorare la “questione sociale”, restando movimenti di minoranze elitarie o divenendo faccende fra stati, e gli stati, le case regnanti, non sono portatori di ideali ma di interessi e ambizioni.

Già frequentando a Napoli il Collegio della Nunziatella – tradizionale fucina di idee “francesi”, e in specie murattiane – Orlando era cresciuto affiancato dalla presenza di Angelica, emblema di libertà e giustizia, l’angelico sembiante originario dell’antica Grecia, con ramificazioni europee e americane, inseguito da uomini di diverse generazioni e nazioni. Nel 1848, appena uscito dalla Nunziatella col grado di Alfiere, si era aggregato alle schiere duosiciliane del generale Pepe nella guerra “italiana” contro l’esercito austriaco occupante, ben meritando a Curtatone e Montanara. Rimase a combattere, seppure deluso dal progetto espansionistico del Piemonte, che intendeva proseguire la guerra da solo facendo fallire la Lega Italica fra i maggiori stati della penisola, e nel 1859, ancora da volontario, partecipò con onore alla battaglia di Albracca che, nonostante la disastrosa débâcle piemontese, aprì la via agli alleati francesi per la conquista di Milano.

Nel ’48, ritornato in patria dalla guerra, fu assegnato alla Ferriera di Mongiana. Con l’angelico sembiante sempre in mente, cominciò per Orlando, in aggiunta allo straordinario impegno professionale, un periodo d’intensa attività intellettuale, fatta di studi, frequentazioni e confronti. Sentiva il giogo borbonico e il peso della lunga immobilità sociale e culturale, ancora poco scalfiti dall’anelito di libertà, uguaglianza e solidarietà che altrove aveva preso piede. Smaniava per la secolare condizione di minorità della penisola, frantumata in una miriade di staterelli assoggettati o condizionati dallo straniero e macerata nel rimpianto di un passato di straordinario valore.

Di necessità, la battaglia per la modernizzazione e il riscatto di ciascuno Stato preunitario doveva passare attraverso l’emancipazione della nazione, cioè la liberazione e l’unificazione della penisola. Ma in che modo? In passato, si era affacciata l’idea di una confederazione fra gli stati italici, con l’obiettivo dell’indipendenza dallo straniero e l’intento di procedere a una progressiva integrazione di rapporti e istituzioni. La proposta prevedeva solo un’interlocuzione fra apparati statali, senza coinvolgere i tradizionali assetti interni e le aspettative delle popolazioni, e trovò comunque un ostacolo insormontabile nell’intento espansionista sabaudo. Sembrò affermarsi allora la tesi, unitaria e repubblicana, dell’insurrezione dal basso in ciascuno Stato, magari sostenuta, di volta in volta, da volontari esterni, fino ad arrivare alla completa liberazione e unificazione. Tale progetto, però, era osteggiato dal tacito accordo fra le potenze europee, a tutela dell’ordine tradizionale contro qualsiasi forma di sovversione.

Cominciò allora a farsi strada il progetto piemontese, delineato e perseguito con lucidità dal Conte, di assumere la guida del processo unitario, portando con sapienza e opportunismo il problema italiano nel concerto internazionale, mediando con abilità e spregiudicatezza fra aspettative interne e rassicurazione verso ciascuna potenza europea. Orlando era contrario all’intervento di un singolo Stato, specie se monarchico, che attraverso la guerra procedesse all’annessione, foglia per foglia, come un carciofo, di tutta la penisola. Si chiedeva come avrebbero dovuto schierarsi gli unitaristi di ciascun paese invaso e perché privilegiare, e in base a quali criteri, uno Stato o una casa regnante. Temeva il precipizio di una guerra di conquista fra eserciti o, addirittura, una guerra civile. Cosa sarebbe cambiato per le province e le popolazioni annesse?


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