14 agosto 1861

Il nero dei caratteri del manifesto spiccava sui muri assolati di Pontelandolfo, nel beneventano, in quella calda mattinata di agosto del 1861, ma in pochi sapevano leggere. Il sindaco don Lorenzo Melchiorre, nominato nel 1855 sotto i Borbone ma rapido nel passaggio di campo, indicava orgoglioso il manifesto e aspettava che si radunassero nuovi curiosi per riprendere instancabile a leggere della taglia di 5.000 lire per Cosimo Giordano e di 1.000 lire per ogni brigante della sua banda. Poi sbirciava i compaesani, per cogliere un gesto o un’occhiata che li tradisse. E invece niente, restavano impassibili, scaltriti da secoli di astuzie e diffidenze.

Generale Cialdini

Dalla primavera del 1861, le province dell’ex regno delle Due Sicilie e ora meridione d’Italia, erano in fiamme. Malessere, patimenti e delusioni avevano scatenato cafoni e contadini che insorgevano ovunque a fianco di soldati borbonici sbandati, renitenti alla leva sabauda, patrioti e briganti.

I prodromi

Il governo di Torino rispondeva con taglie, repressione generalizzata e fucilazioni di massa, considerando soltanto questione di ordine pubblico le frustrazioni, le sofferenze, i dissensi e finendo per militarizzare il territorio. Brigantaggio fu chiamata la resistenza all’invasione piemontese e al suo regime, e per la repressione del brigantaggio meridionale, e delle sue ragioni, furono impiegati, all’inizio, 40.000 uomini per salire progressivamente a 120.000 effettivi dell’esercito regolare e altrettante Guardie Nazionali, oltre a 7.000 Carabinieri, causando un numero di morti superiore a quello di tutte le guerre risorgimentali e innescando una spirale di atrocità e rancori da minare alle basi lo stato unitario. In una famosa lettera del 2 agosto 1861 al senatore Carlo Matteucci, Massimo d’Azeglio, governatore di Milano e già Presidente del Consiglio, si chiedeva se l’annessione delle province meridionali si fondasse o meno sul fondamentale principio del consenso del popolo, visto che, a differenza degli altri territori annessi in quegli anni, al di là del Tronto “ci vogliono, e pare che non bastino, sessanta battaglioni per tenere il Regno, ed è notorio che, briganti o non briganti, tutti non ne vogliono sapere”.

In quei luoghi, pietà o fratellanza non erano consentite. Non potevano permettersele gli insorti nei confronti di invasori feroci e senza scrupoli o di galantuomini e notabili usurpatori e affamatori; non le praticavano soldati vittoriosi di un esercito d’occupazione verso briganti e cafoni considerati come bestie e selvaggi da eliminare, per natura e per genetica destinati a delinquere, ed erano un lusso perfino per chi malvolentieri partecipava alle atroci rappresaglie, disapprovando lo sterminio indiscriminato. Era una guerra a tutti i livelli – di resistenza politica, di rivolta sociale, di conflittualità fratricida, con l’inevitabile corredo di rivalse e vendette private.

Il brigantaggio meridionale

Cominciò nel settembre del 1860, quando Francesco II lasciò Napoli e da Capua si pose alla testa di quel che restava del suo esercito, come peraltro lo spronava la giovanissima regina Maria Sofia sin dallo sbarco garibaldino. La presenza del re, da un lato, attirò al fronte reparti e soldati che, sbandati e senza ordini, vagavano per il regno e, dall’altro, stimolò insorgenze e ribellioni, dapprima lungo il confine pontificio e nel Molise, poi nel Matese, in Puglia, in Basilicata, Calabria, ovunque.

Quando poi, con la resa di Gaeta del 14 febbraio 1861, dopo lungo assedio, fu cancellato lo stato meridionale e il suo esercito regolare venne meno, a cafoni, patrioti e soldati sbandati non restò che affidarsi alla disperata resistenza spontanea popolare. Nella primavera 1861 il sud Italia è una polveriera. Si assaltano municipi e caserme e poi si riperdono, in continuazione; i cambi di vessilli e ritratti regali si susseguono frequenti nei palazzi del potere locale, galantuomini e notabili vengono sequestrati e i loro beni saccheggiati, un nemico invisibile incalza esercito piemontese e guardie con assalti guerriglieri.

 Ma la repressione diventa sempre più brutale. Da settembre 1860 all’agosto 1861, in un solo anno solare, furono fucilate 8.968 persone, si contarono 10.604 feriti e 6.112 prigionieri, con interi paesi invasi, saccheggiati e dati alle fiamme o distrutti. Ogni giorno si ammazzavano insorti, cafoni, briganti, “manutengoli”, cioè la popolazione che li sosteneva e proteggeva, mentre un esercito senza insegne ingrossava le sue fila nei boschi o in montagna, unica risorsa per la gente inerme delle città e delle campagne contro la chiusura di opifici e cantieri, le spoliazioni, i soprusi e le esecuzioni sommarie.

Il Matese

Nel Matese, intorno a Pontelandolfo, fra le faggete e i boschi dell’appennino sannita, da Campobasso a Isernia, da Benevento a Caserta, avevano trovato rifugio e sostegno numerosi soldati borbonici sbandati. Il sindaco Melchiorre leggeva il manifesto e scrutava i compaesani, per capire se avessero parenti o compari fra quei soldati laceri e sventurati che avevano rifiutato di giurare per Vittorio Emanuele e rinnegare il proprio re, o fra i tanti renitenti alla leva “piemontese” che nel mese di giugno 1861 chiamava 72.000 giovani alla coscrizione obbligatoria, o fra quei cafoni ormai privati dei diritti di pascolo, semina e far legna sulle terre demaniali usurpate da galantuomini e notabili, o fra quei “cittadini” delusi dalle promesse risorgimentali e garibaldine. O se magari loro stessi dessero appoggio o partecipazione a quelle bande brigantesche. Nella zona del Matese si contavano 88 bande, la più famosa era quella di Cosimo Giordano, il capobrigante su cui pendeva la taglia di 5.000 lire, che estendeva il suo controllo fino a Cerreto Sannita, Piedimonte e Isernia. Cosimo Giordano era stato sottufficiale dell’esercito borbonico e ancora ne portava con fierezza la giubba; dopo la battaglia del Volturno aveva anche ottenuto i gradi di capitano. Da sbandato, riuscì a tornare al suo paese, Cerreto, dove radunò sotto il suo comando una banda di circa 200 uomini. Saccheggiavano i possedimenti dei ricchi proprietari affamatori, i potenti di sempre alleati ai nuovi padroni, e dividevano il ricavato con la povera gente; tendevano imboscate ai distaccamenti piemontesi, ai loro occhi invasori che portavano morte e brutalità su civili inermi, devastazione e incendi di casupole e villaggi.

A Pontelandolfo, il sindaco Melchiorre, con altri esponenti delle famiglie più agiate di quelle contrade, aveva per tempo dato vita a un Comitato Liberale e sovrintendeva all’incetta di concessioni, cariche pubbliche e appalti nonché all’usurpazione dei terreni demaniali. Del Comitato facevano parte il col. della guardia nazionale Giuseppe De Marco, l’architetto e notaio Antonio Sforza, il delegato di polizia Vincenzo Coppola, il ricevitore della dogana Filippo Iadonisio, il possidente Giuseppe Perugini, Achille Iacobelli, latifondista, accaparratore di terre demaniali, beneficiato da Ferdinando II, per aver guidato la repressione contro i liberali locali nel 1848, con la concessione del canone sul ponte del fiume Calore, ma abile nel cogliere le opportunità del nuovo corso. Nella vicina Casalduni, invece, il sindaco Luigi Ursini era rimasto fedele al precedente governo e vedeva come il fumo negli occhi i piemontesi e i “liberali” locali. Cercava di proteggere i compaesani e la povera gente della zona dalle vessazioni. Forniva informazioni e assistenza ai briganti e pare che addirittura, in qualche caso, abbia sussidiato chi si dava alla montagna o la famiglia rimasta in paese.

L’insurrezione

Il 4 agosto 1861, le cime del Matese erano illuminate dai fuochi degli accampamenti dei briganti che avevano appena teso una riuscita imboscata a una ventina di soldati piemontesi, guidati dal sgt. Covelli, in perlustrazione sui colli intorno Campobasso. Fu il ten. Cesare Augusto Bracci, del 36° rgt. fanteria, a recuperare i cadaveri dei commilitoni – quasi come un funesto presagio. Il sindaco Melchiorre temeva un attacco a Pontelandolfo degli insorti, che sempre più guadagnavano consensi e sicurezza, e magari proprio per il 7 agosto, festa del santo patrono che alla fiera di San Donato richiamava la gente a frotte, anche da altri paesi. Impressionato dallo schieramento brigantesco, il col. De Marco della Guardia Nazionale decise di allontanarsi con i suoi militi e consigliò alla cricca del sindaco Melchiorre di fare altrettanto. Il giorno dopo, a mezzogiorno, la congrega di notabili, con 10 carri pieni di casse con i loro averi, si dirige verso San Lupo, scortata dalla colonna di De Marco. Subito dopo, l’arciprete Epifanio De Gregorio, di risaputa fede borbonica, chiama Filippo Tommaselli, conosciuto nella zona come il Generale, a sostituire il fuggiasco Melchiorre e instituire un governo provvisorio. Poi, su richiesta dei compaesani, don Epifanio invita gli insorti di Giordano a entrare in paese.

Il 7 agosto Pontelandolfo era gremita di gente; dal viale che portava alla piazza principale si snodò una lunga processione, guidata da don Epifanio. I briganti di Cosimo Giordano arrivarono fra le acclamazioni della gente. Le campane suonarono a festa e gli insorti andarono in chiesa in processione. Poi innalzarono insegne e vessilli borbonici, nella casa comunale bruciarono i registri anagrafici per evitare la chiamata alle armi dei giovani e infine si lanciarono alla ricerca degli alleati dei piemontesi, saccheggiandone i beni. Nel caos si consumarono anche vendette private. L’esattore Michelangelo Perugini morì, dopo essere stato aggredito, nella sua casa data alle fiamme. Furono uccisi anche tre uomini accusati di fare da spia ai piemontesi.

La notizia dell’arrivo di Giordano si era sparsa nel frattempo a Casalduni: furono abbattuti gli stemmi sabaudi e issati quelli duosiciliani, il sindaco proclamò un governo provvisorio e si confiscarono armi e munizioni della guardia nazionale, che neppure provò a reagire. Lo stesso avvenne nel vicino paese di Campolattaro. Numerosi comuni della Capitanata, del Molise, del Sannio e della Basilicata passarono in quei giorni in mano agli insorti. I morti, da una parte e dall’altra, furono centinaia. Il governo di Torino appariva del tutto incapace d’iniziativa politica. L’unica risposta fu di tipo militare, reprimere le insorgenze e riprendere il controllo di quelle province. Toccò da Campobasso al gen. Maurizio De Sonnaz – dai suoi uomini chiamato Requiescant, per le tante fucilazioni sommarie ordinate e i ripetuti massacri di preti comandati dopo gli assalti alle chiese – inviare verso Pontelandolfo un drappello, agli ordini del ten. Bracci, composto da 40 uomini del 36° fanteria e 4 carabinieri. Doveva fare una ricognizione e bloccare eventuali soldati sbandati, evitando di attaccare le bande o entrare negli abitati, considerati pericolosi, e, se assalito, ripiegare verso la più sicura San Giuliano. Bracci, invece, proseguì verso Pontelandolfo, nonostante gli atteggiamenti ostili della gente incontrata. In località Borgotello, alle porte del paese, un paio di soldati, rimasti attardati, vennero aggrediti e uccisi, mentre il drappello si scontrava con contadini armati, spalleggiati da qualche brigante di Giordano. Preso dal panico, il ten. Bracci ordinò di rifugiarsi nella vecchia torre di piazza del Tiglio, in posizione difensiva. Resosi conto di essersi messo in trappola, mentre la folla ostile aumentava, cercò di portare i soldati nuovamente verso San Lupo, inseguito dai paesani, mentre dall’altra parte, da Casalduni, attirati dagli spari, sopraggiungevano i briganti di Angelo Pica, sergente dell’esercito borbonico, con contadini e paesani.

Il tenente Bracci, impietrito dal terrore, non sapeva che fare; gli uomini chiedevano ordini e lui non era in grado di darne. Le cronache del paese riferirono che un sergente lo scosse di brutto, imprecò contro di lui e la sua inettitudine e gli sparò. Il luogotenente Cialdini, da Napoli, scrisse invece, nel suo diario storico militare, che, una volta sopraffatto, il tenente fu legato a un albero e finito a colpi di pietra da donne inferocite. Comunque, si salvarono solo in tre, nascostisi fra le siepi durante la fuga, gli altri furono uccisi durante gli scontri sulla via di Casalduni, a colpi di schioppo, falci, zappe, pietre, e dei loro cadaveri si fece scempio.

Rappresaglia

Dall’esplosione del brigantaggio era la prima volta che l’esercito piemontese perdesse ben 41 soldati in uno scontro. Bisognava reagire con una lezione dura, da esempio. Anche da parte dei liberali e dei notabili della zona si sollecitava la rappresaglia. Il latifondista Iacobelli inviò al luogotenente Cialdini una minuziosa ricostruzione dell’accaduto, arrivando a chiedere di bombardare Pontelandolfo con i mortai. Per 3 giorni, ordini e dispacci furono scambiati a velocità frenetica. Poi si decise.

La sera del 12 agosto 1861, al teatro San Carlo di Napoli, il magg. Carlo Melegari assisteva all’opera Gli Ugonotti, di Jakob Meyerbeer. Racconta nel suo diario che ammirava la splendida e grandiosa sala, i palchetti dorati occupati da belle ed eleganti signore e si compiaceva di poter assistere a quel magnifico spettacolo. Proprio quando il coro di voci femminili stava per annunciare la strage di ugonotti nella notte di San Bartolomeo, Melegari fu convocato d’urgenza dal Luogotenente. “Il gen. Cialdini non ordina ma desidera che di quei due paesi non rimanga più pietra su pietra”, gli disse il capo di stato maggiore gen. Carlo Piola Caselli, riferendosi a Pontelandolfo e Casalduni.

Il magg. Melegari con Cialdini aveva combattuto in Crimea e nella guerra di Lombardia, sapeva come interpretare i suoi ordini, quei 41 soldati andavano vendicati infliggendo la più dura punizione ai due paesi.  A lui toccò Casalduni. Saputo che avrebbe potuto contare sulle informazioni e l’appoggio di alcuni notabili locali se ne tornò in teatro, non voleva perdersi il finale, avrebbe pensato poi alla spedizione. L’indomani, partendo di buonora da Napoli, il 18° btg. Bersaglieri del magg. Melegari si attesterà nel primo pomeriggio nei pressi di San Lupo, poco distante da Casalduni, dove farà riposare la truppa prima dell’attacco del mattino successivo.

Frattanto, dall’alba dello stesso giorno, il btg. di bersaglieri del col. Negri, rafforzato dai bellicosi e indisciplinati volontari della legione ungherese, è in marcia da Benevento, lungo la strada polverosa e ostile che attraversa l’inquietante e suggestivo massiccio del Matese. Si fermerà a notte fonda, ai piedi della collina di Pontelandolfo. Il col. Pier Eleonoro Negri è un ufficiale di 44 anni deciso, coraggioso e soprattutto privo di scrupoli. È un vicentino di antica famiglia patrizia, veterano delle due guerre d’indipendenza e della campagna di Crimea, fresco di promozione per aver guidato con successo i tre assalti al ponte del Garigliano nella battaglia di fine ottobre 1860 contro le truppe borboniche.

L’eccidio

All’alba del 14 agosto, raggiunte le alture di Pontelandolfo, i reparti si aprirono a ventaglio per investire da più lati l’abitato, con i suoi 5.000 abitanti ancora immersi nel sonno. Nello stesso momento, gli uomini del magg. Melegari stavano circondando Casalduni, paese di circa 7.000 abitanti, a poche miglia ma ben visibile in linea d’aria. Come annotato nel diario del bersagliere Carlo Margolfo, i soldati avevano l’ordine di fucilare gli abitanti, meno donne fanciulli e infermi, e incendiare il paese. Ma non riuscirono a rispettare nemmeno quella limitazione, abbandonandosi a un massacro indiscriminato.  A Pontelandolfo crepitano le prime scariche di moschetteria e, come annota Margolfo, cominciano le fucilazioni di uomini, preti e quanto capitava, per poi passare al saccheggio – oro, gioielli e le monete borboniche d’argento. Il paese è ormai in subbuglio, i latrati furiosi dei cani accentuano il panico degli abitanti che corrono a casaccio tra i vicoli levando alte grida terrorizzate, le donne sono oltraggiate e uccise, alle vecchie, solenni negli abiti neri, si strappano dalle orecchie i monili. Alte colonne di fumo, visibili a molte miglia, si levano dalle case incendiate, il fumo rende irrespirabile l’aria e terrorizza gli animali nelle stalle che esplodono in ragli nitriti e muggiti disperati, mentre gli spari assordanti accompagnano il crepitio delle fiamme. Ci si butta da finestre e balconi sperando di salvarsi, ma i fucili dei soldati sono dappertutto e mietono vittime.

Il cap. Angiolo De Witt non era presente ai fatti ma, in un suo memoriale, ricostruisce la strage ricorrendo alle testimonianze dei commilitoni. Riporta, con empia soddisfazione, che i manipoli di bersaglieri snidavano “quella colpevole popolazione” di “impauriti reazionari” e di “cafoni” e, con le baionette, la spingevano ad ammucchiarsi per la via, dove era accolta con scariche a bruciapelo. Si abbandonavano alla ventura eventuali feriti, mentre i superstiti erano obbligati a raccogliere “ogni specie di strame per incendiare con quello le loro stesse catapecchie”. L’ufficiale sabaudo così conclude la descrizione della strage: “Questa scena di terrore guerresco durò un’intiera giornata; il gastigo fu tremendo, ma fu più tremenda la colpa”. Capiterà ancora in Italia, nei decenni successivi, di assistere al tentativo di far ricadere sulla popolazione inerme la colpa di feroci ritorsioni e rappresaglie – il “terrore guerresco”.

Il deputato di Casoria Marzio Francesco Proto, duca di Maddaloni, raccoglierà testimonianze e racconti su donne abusate e uccise, figli oltraggiati e straziati, genitori umiliati e poi finititi, chiese violate e saccheggiate, predisponendo una mozione depositata il 20 novembre 1861 che però la Presidenza della Camera gli impedirà di illustrare. Analogo sopralluogo effettuerà il deputato lombardo Giuseppe Ferrari, esponendo fatti e descrizioni nel suo intervento del 2 dicembre 1861.

A fine giornata, Pontelandolfo è una fornace a cielo aperto, calcinato dalle fiamme, saccheggiato nelle viscere, oltraggiato nei suoi abitanti. Gli sfuggiti al massacro saranno rastrellati e portati nei presidi militari. Quasi tutti saranno fucilati. Il giorno dopo, a Benevento, nei loro alloggiamenti, i soldati piemontesi faranno commercio del bottino della strage e degli arredi sacri delle chiese saccheggiate. Nella memoria popolare dei beneventani, quell’edificio è ancora chiamato “la caserma del Gesù”.

A Casalduni le cose andarono in modo simile, con la differenza che buona parte degli abitanti non si fece trovare in casa. Presagendo la rappresaglia o perché avvisati dell’avvicinamento dei militari, si ritirarono sulla cresta di un colle distante qualche chilometro, guardati a vista da una compagnia di Melegari. Ma anziani, donne e bambini che erano rimasti in paese subirono la stessa sorte degli ignari abitanti di Pontelandolfo – abusati, angariati e infine uccisi, mentre case e chiese venivano saccheggiate e date alle fiamme. Le truppe erano guidate nell’abitato dal liberale locale Tommaso Lucente e dal noto latifondista Achille Iacobelli, che indicavano le case da attaccare. La prima a essere saccheggiata e data alle fiamme fu quella del sindaco Ursini. Svegliate dagli spari e dalle grida, le persone rimaste in paese uscivano dai tetti e cercavano di correre verso la montagna, ma venivano colpite dalle scariche o infilzate dalle baionette. Tutto il paese fu dato alle fiamme. Molte persone rimasero chiuse all’interno delle case, trasformate in trappole mortali. L’aria di morte e il fumo nero avvolsero gli scampati che, dalla cima del colle, nei boschi, assistettero impotenti alla carneficina.

Pontelandolfo e Casalduni subirono una rappresaglia atroce, perpetrata non contro briganti armati e pronti ad azioni di guerra, ma contro la popolazione civile inerme. Nel suo diario il Gen. Cialdini potrà annotare soddisfatto che “Casalduni e Pontelandolfo sono in cenere”.

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