Questo è il quarto di una serie di estratti dal romanzo “Nazione Interrotta”, che recuperando atmosfere, episodi e personaggi dell’Orlando furioso, narra vicende e avventure intrecciate col processo di costruzione dell’Unità d’Italia.

Mosso dall’auspicio di riprendere il discorso avviato in quegli anni cruciali ma presto interrotto, il romanzo si interroga su alcuni caratteri costitutivi dello Stato italiano, passando dai temi caldi e appassionati degli ideali a quelli cinici e lucidi degli interessi e delle trame, dalle atmosfere incantate ed effervescenti dell’epica cavalleresca a quelle brutali e inferocite della guerra civile.

Il terzo estratto è disponibile qui.


L’istanza avanzata da Alcina, della quale Demogorgone con lucidità e indulgenza pure coglieva il reale obiettivo privato, costituiva senza dubbio un’elevazione dal livello delle occupazioni oziose cui di solito confinava le sue fate, ma aveva il pregio di contribuire allo sparigliamento in corso in Sicilia e nell’intero regno.

Nell’offensiva contro i Chiaromontesi, Demogorgone aveva intravisto la via per sbaragliare la dinastia borbonica, privandola di un efficace sostegno, nell’isola e in continente. Dava fastidio la sua politica autarchica, basata su moderato protezionismo doganale, incoraggiamento alle manifatture autoctone, esportazione di derrate agricole garantita dalla consistente flotta mercantile e militare del regno. Irritava quella ritrosia a sposare meccanismi e conseguenze dell’industrializzazione, comprese le esose sperequazioni e le travolgenti ascese, intralciando Francia e soprattutto Inghilterra, tese a imporre le ferree leggi dell’imperialismo commerciale. E poi quell’accanito neutralismo, che condannò le Due Sicilie all’isolamento, e l’ostinato rifiuto di mettersi a disposizione delle due potenze europee per le loro strategie nel Mediterraneo, specie alla vigilia dell’apertura del canale di Suez …

Alla Francia interessava rivedere l’ordine europeo stabilito nel 1815 contro l’impero napoleonico e controbilanciare l’influenza austriaca nella penisola italica; l’Inghilterra mirava all’espansione commerciale e all’egemonia nel Mediterraneo, controllando la flotta francese e marginalizzando la presenza zarista e duosiciliana; la Russia, tradizionale amica dei Borbone, era lontana e l’Austria era alle prese con le minacce che provenivano dall’interno e ai confini padani. Ne approfittò il Piemonte, muovendosi in Europa e nella penisola con lucidità e risolutezza, giocando di sponda fra Inghilterra e Francia.

Unico Stato della penisola a conservare lo Statuto dopo gli eventi del 1848, il Piemonte stava divenendo il punto di riferimento di unitaristi e “settari”, ma anche interlocutore privilegiato delle potenze europee in quanto soggetto affidabile, in grado di irretire le spinte radicali e sociali, contenendo il movimento insurrezionale entro i rassicuranti binari del costituzionalismo moderato.

Il Conte era ingolosito dalle floride finanze pubbliche duosiciliane, con le quali rimpolpare l’asfittica e indebitatissima cassa dello Stato sabaudo, ormai sull’orlo della bancarotta, e avviare nuove avventure espansionistiche. Dalle aule parlamentari e sui giornali piemontesi si elevavano pressanti gli inviti a procedere all’invasione, quale unico mezzo per risanare il dissestato bilancio pubblico.

L’annessione delle Due Sicilie costituiva un’allettante prospettiva per re Marsilio II, che si sarebbe trovato alla testa di un grande Stato; per i comandi militari, che avrebbero potuto allestire un esercito e una flotta di dimensioni europee; per le piccole e deficitarie banche piemontesi, che avrebbero acquisito le enormi riserve in moneta preziosa dei grandi e floridi Banchi di Sicilia e di Napoli; per trafficanti e imprenditori, che avrebbero disposto di un mercato esteso quanto quello di Francia o Inghilterra ma ancora vergine di affari e speculazioni. L’enorme risparmio meridionale avrebbe potuto finanziare lo sviluppo infrastrutturale e la crescita industriale del nord della penisola, fino a poter competere con le potenze europee, ma deprimendo territorio ed economia del sud. Senza dire poi della minacciata gigantesca espropriazione dei beni ecclesiastici, che per giunta avrebbe indebolito la chiesa di Roma …

Restavano idealisti e radicali, ma quelli si sarebbero sfogati con la spedizione di Agramante, e poi avrebbe provveduto lui, Demogorgone, con fate e maghi, a contenere e gestire miti e idoli.

Il Conte si era mosso per tempo. Accantonata l’idea originaria di un’aggressione diretta e frontale alle Due Sicilie, trattandosi di un boccone troppo ardito per il piccolo Piemonte, il Conte si impegnò preliminarmente a isolare in Europa il regime borbonico e disarticolarne le gerarchie civili e militari. L’ambasciatore a Napoli, Pes di Villamarina, e il marchese d’Aste, comandante di squadra navale, da tempo trattavano con ufficiali e maggiorenti duosiciliani, garantendo, a nome del Conte, denaro e prospettive di carriera nel nuovo Stato. Le promesse piemontesi saranno mantenute e, in tempi rapidi, 2.300 ufficiali borbonici traslocheranno fra le fila savoiarde, conservando o aumentando il grado, mentre solo in minima parte gli ufficiali popolari di Agramante, protagonisti dell’unificazione, saranno accolti nell’esercito nazionale, e dopo aver subito un severo e umiliante scrutinio che spesso li abbassò di grado.

I contatti avevano raggiunto anche gli alti vertici civili e militari duosiciliani e perfino la famiglia reale, coinvolgendo due zii del giovane sovrano. Di idealisti e “settari” si curava la Società Nazionale di La Farina, impedendo derive repubblicane o socialisteggianti. Carabinieri in borghese e agenti provocatori guidati dall’ispettore di polizia Filippo Curletti si preoccupavano di suscitare disordini e sommosse filopiemontesi negli staterelli preunitari, inducendo i governi provvisori a richiedere la protezione sabauda. Dopo lo sbarco di Agramante, due plenipotenziari napoletani saranno ricevuti a Torino e impegnati in defatiganti e dilatorie trattative burla, suscitando fra gli ufficiali borbonici l’illusione che la crisi si sarebbe presto risolta per via diplomatica e non fosse il caso di contrattaccare gli invasori, se non per quel tanto che tutelasse il loro potere negoziale.

Demogorgone era stato incaricato di irretire cavalieri e paladini duosiciliani, sviandoli dai loro doveri. Aveva già inviato alla bisogna il mago Atlante, abile ed esperto negromante ma aduso ad alzate d’ingegno e a scarso senso di disciplina. Non era male pertanto irrobustire l’intervento con un’ulteriore iniziativa. Sapeva però che nel futuro assetto, un luminoso destino attendeva Bradamante e Ruggiero; così stabilì che la vendetta delle fate dovesse limitarsi ai Chiaramonte maschi, escludendo, precisò, la duchessa e il suo promesso sposo. Incaricò la stessa Alcina di preparare il piano e individuare, senza commettere errori, l’arma e la trama più efficaci. Infine, sciolse il Concilio e una grande nube vaporosa avvolse il Mongibello, accompagnando le fate verso le loro residenze.

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