Questo è il primo di una serie di estratti dal romanzo “Nazione Interrotta”, che recuperando atmosfere, episodi e personaggi dell’Orlando furioso, narra vicende e avventure intrecciate col processo di costruzione dell’Unità d’Italia.

Mosso dall’auspicio di riprendere il discorso avviato in quegli anni cruciali ma presto interrotto, il romanzo si interroga su alcuni caratteri costitutivi dello Stato italiano, passando dai temi caldi e appassionati degli ideali a quelli cinici e lucidi degli interessi e delle trame, dalle atmosfere incantate ed effervescenti dell’epica cavalleresca a quelle brutali e inferocite della guerra civile.


Mi chiamo Orlando Anglante. Sì, sono discendente, ma per via collaterale, del famoso paladino Orlando d’Anglante, conte di Belsito, che tanta parte ebbe nelle vicende che portarono all’unificazione della penisola, e ne fu talmente irretito da restare a lungo fuori di senno. Fu mio padre a togliere definitivamente la particella nobiliare dal cognome di famiglia. Non so, caro lettore, se nel corso della perlustrazione cui mi accingo avrò modo di parlare di lui e perciò voglio farlo ora, seppure solo un accenno, non fosse altro che per ringraziarlo del nome che mi ha donato, predestinandomi quasi a questo viaggio nelle turbolente vicissitudini di quell’antenato che, da subito, in famiglia furono rimosse per tacito e ottuso accordo.

Avevo appena tre anni quando mio padre morì d’infarto. Di lui conservo due sole immagini, privatissime, alle quali mi sono aggrappato con comprensibile tenacia; quel che so di lui mi è stato per lo più riferito. È stato il primo del mio casato a lavorare, faceva il medico condotto, prima che il “boom economico” elargisse un po’ di benessere nelle afflitte contrade del cosentino. Era pure bravo, mi dicono, ma non ne trasse beneficio né carriera. Si faceva pagare solo dai benestanti; per il resto, gli bastavano affetto e gratitudine o, al più, dietro insistenze, una forma di pecorino, una bottiglia di vino genuino o una corda di salsiccia. Era però geloso del mantello. Quando si recava da povera gente, appena smontato dal calesse appendeva il mantello a un ramo e poi entrava nella casupola. Se c’era da sporcarsi le mani o il vestito non si tirava indietro, ma il mantello no, quello chissà perché doveva conservarsi immacolato.

Quest’uomo volle chiamarmi Orlando, sfidando i risentimenti e i mugugni del parentado e specialmente di nonna Agata, arcigna custode dei tabu familiari. La vicenda del paladino, la sua ostinazione a inseguire miti e ideali, anche quando non avevano più speranze, a scapito degli interessi della famiglia, persino il suo nome di battesimo, costituivano uno scandalo da tenere nascosto.

Per generazioni non se ne parlò più in famiglia, fino a quando, curiosando da bambino nella soffitta dei nonni, non scoprii in una cassapanca il carteggio di Orlando con sua madre. Donna affettuosa e colta, Berta non aveva abbandonato quel figlio divenuto eccentrico, sconclusionato – pazzo, si disse. Ne scrutava le tracce lasciate in giro per il mondo, conservò con cura i suoi cimeli, raccolse diari, lettere e ricordi dei cugini – Astolfo, Rinaldo, Bradamante, Malagigi – a vario titolo impegnati nelle vicende di quegli anni. Ero allora un birbantello curioso e mi attirò il fiocco di raso rosso che impreziosiva quelle carte vetuste e fragili, gonfie di umidità e di anni – circa un centinaio. Scesi di corsa. Era ormai ora di pranzo. I grandi erano già nella sala. Arrivai tutto eccitato e annunciai ad alta voce la mia scoperta. Mi fu vietato in malo modo di rimettere piede in soffitta.

Nazione Interrotta - Tracce

Ma i divieti immotivati, a certi ragazzi impertinenti fanno lo stesso effetto della muleta rossa agitata in faccia al toro. Quando mi trovavo dai nonni, ronzavo sempre nei pressi della soffitta e un bel giorno – ero già all’Università – fui ripagato con gli interessi. Gli originali ovviamente non erano più nella cassapanca, però scoprii che buona parte era stata trascritta, con grafie diverse, e il resto addirittura fotocopiato. Trovai il malloppo per caso, in un vecchio armadio malmesso, fra recipienti e arnesi in disuso. Qualcuno, anzi più d’uno, fra i miei antenati, di nascosto aveva dato sfogo al mio stesso uzzolo. Non so quale suggestione o giovanile lettura mi mosse ma afferrai tutte le carte e le portai con me. Da allora mi sono dedicato, per diletto ma con impegno, a chiosare quei documenti, compulsare archivi e biblioteche, sollecitare la memoria di parenti contrariati, interpellare cultori di storie locali e cose minime di quei tempi. E ora eccomi qua, carico di anni e acciacchi, ritornato per la bella stagione ancora una volta in quella casa, accompagnato da valigie e borse piene di documenti, libri e appunti, con l’intento di mettere un po’ d’ordine nel materiale reperito. Il sottotetto non è più una soffitta ma uno studiolo mansardato che ho arredato con scrittoio e librerie, e con una comoda poltrona accanto al balcone di fronte ai ruderi del castello dei Ruffo, a strapiombo sul mare che affacciandomi intravedo appena. Sistemando le carte, mi è capitata tra le mani una fotografia dell’estate 1874 che ormai conosco in ogni minimo dettaglio. Mi pare un buon ausilio per cominciare a sbrogliare l’intreccio. Ritrae Orlando con il cugino Astolfo e Marfisa, ancora chiamata la “vergine guerriera”, sebbene da 14 anni ormai vivesse more uxorio con Astolfo.


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