La sera dell’1 ottobre 1862, un anno e mezzo dopo la proclamazione dello Stato unitario, fra le sei e le otto, in punti diversi di Palermo, tredici uomini vennero accoltellati per strada, quasi tutti al ventre. Le dichiarazioni di feriti e passanti furono concordi. Il pugnalatore vestiva di scuro – calzoni di velluto, giubba, coppola – e, mimetizzato tra svagati passanti, ha colpito all’improvviso, una volta sola, per poi dileguarsi rapidamente nei vicoli del centro storico. Solo un aggredito morirà, dopo quattro giorni dall’agguato, ma gli accoltellamenti dei “pugnalatori di Palermo” non miravano a uccidere.

I pugnalatori di Palermo

I pugnalatori di Palermo

L’evento si consumò in breve tempo e sarebbe rimasto avvolto nel mistero e nel panico, se un fortuito accidente non avesse permesso di afferrare per la coda un bandolo della matassa. L’autore del tredicesimo agguato, e probabilmente unico pugnalatore della serata, fu inseguito e catturato da tre agenti che “per caso” passavano di lì, gli stessi, come emerse nel corso del processo, che lo avevano “attenzionato”, per una notte e la mattinata seguente, nella caserma di mandamento tre giorni prima del fattaccio.

I giornali del tempo accreditarono quasi in blocco la tesi, sostenuta dalle autorità, di un complotto “misto” per screditare il governo, ideato da nostalgici del vecchio regime in combutta con le ali “esagerate” del partito autonomista e del movimento garibaldino. Fu tirato in ballo anche il principe di Sant’Elia, senatore del regno e padre nobile dei “liberali” siciliani, appartenente a uno dei casati più ricchi e prestigiosi dell’isola. In realtà, seguaci borbonici (ma in genere sostenitori di un governo centrale quale che sia) in Sicilia ce n’erano sempre stati ben pochi e scarseggiavano anche i liberali filosabaudi. La lotta politica nell’isola era polarizzata dal baronato politico-mafioso, da sempre autonomista, e dall’azionismo popolare di Crispi e Corrao.

La gestione dell’affaire dei pugnalatori di Palermo, sin da subito, sarà ben stretta nelle mani del questore Bolis, che manovrerà a piacimento magistrati, imputati, confidenti e giornali, colpendo in profondità gli “opposti estremismi” di autonomisti e garibaldini. Anche il principe di Sant’Elia aveva qualche peccatuccio da scontare. A capo di una costellazione di logge massoniche isolane, boicottava la riunificazione di tutti i “fratelli” nel Grande Oriente d’Italia. Sarà ricondotto a più miti consigli.

Gattopardi e sciacalletti

Alla fine della giostra, baroni e notabili, “gattopardi e sciacalletti”, per stare alle parole di Tomasi di Lampedusa, emarginati gli autonomisti irriducibili, celebreranno il connubio con i popolari di Crispi, a loro volta liberatisi del radicalismo repubblicano e democratico di Giovanni Corrao. Cambiare tutto perché nulla cambi. Annusando l’aria del continente, la Sicilia parteciperà alla costruzione di un nuovo blocco dirigente moderato, in alternativa all’asfittico ceto di origine piemontese, garantendo al “partito degli affari” un radicamento e un assetto più saldi. Da lì a qualche anno, il 1876, si costituirà il primo governo, presieduto da Depretis, interamente costituito da uomini del nuovo schieramento nazionale – il “trasformismo” della cosiddetta Sinistra storica. Il 1887, Francesco Crispi sarà il primo meridionale a presiedere il governo dello Stato unitario.

Da allora, più volte l’Italia unita ricorrerà a trame occulte e violenza per regolare le sue vicende. Una lunga serie di efferatezze e stragi impunite ha indirizzato la seconda metà del Novecento, da Portella della Ginestra e la banda Giuliano alle stragi che hanno insanguinato piazze e treni, fino agli anni di piombo e alle stragi, per convenienza dette di mafia, in cui persero la vita i magistrati Falcone e Borsellino con le scorte, nonché le bombe di Firenze, Milano e Roma e quella poi rientrata allo Stadio Olimpico – complessivo preludio alla trattativa Stato-mafia per la quale la Corte di Cassazione ha di recente condannato, oltre ai boss mafiosi, generali e alti ufficiali dei Carabinieri e un Senatore, Marcello dell’Utri, co-fondatore del partito Forza Italia e braccio destro dell’allora Presidente del Consiglio dei Ministri, Silvio Berlusconi.

Share This