Questo è il quinto di una serie di estratti dal romanzo “Nazione Interrotta”, che recuperando atmosfere, episodi e personaggi dell’Orlando furioso, narra vicende e avventure intrecciate col processo di costruzione dell’Unità d’Italia.

Mosso dall’auspicio di riprendere il discorso avviato in quegli anni cruciali ma presto interrotto, il romanzo si interroga su alcuni caratteri costitutivi dello Stato italiano, passando dai temi caldi e appassionati degli ideali a quelli cinici e lucidi degli interessi e delle trame, dalle atmosfere incantate ed effervescenti dell’epica cavalleresca a quelle brutali e inferocite della guerra civile.

Il quarto estratto è disponibile qui.


Accostandoglisi al letto, la strega Invidia raggiunge Gano nel sonno, appena prima dell’alba, quando i sogni sembrano veri e restano impressi e vividi come fossero reali accadimenti. Nell’animo del nobilotto s’insedia subito una scena piena di lussi e splendori. Vede i Chiaramonte alla testa dei loro feudi, ultimo quello di Bradamante, con i titoli nobiliari, i riconoscimenti regi, le schiere di armati, campieri e picciotti alle loro dipendenze, gli agi, le rendite, le miniere di zolfo, ettari sterminati di vigneti e agrumeti. Al confronto, la piccola e recente nobiltà della sua famiglia appare misera e insulsa; colmare lo svantaggio sarebbe impresa ardua e lunga se non intervenisse un energico scossone a rimettere tutto in gioco.

Premendogli sul petto la mano aperta, più fredda del ghiaccio, Invidia inchioda Gano a quell’immagine, a quel proposito, soffiandogli in ogni poro tutto il livore di cui è capace.

Da quell’ora il meschin mai più riposo

Non ritrovò, non ritrovò più pace:

da l’occulto venen il cor gli è roso,

che notte e giorno sospirar lo face.

(L. Ariosto, Cinque Canti, I,58,1-4)

Se finora il Maganzese aveva agito con prudenza, evitando di sfidare a viso aperto gerarchie e consuetudini, da quel momento avrebbe scatenato un’offensiva totale contro i Chiaramonte e i loro protettori napoletani, istigando con tenacia e furore tutti i siciliani, dai baroni ai “settari”, dai notabili fino all’ultimo cafone. E se poi, invece che all’indipendenza isolana, si dovesse approdare allo Stato unitario del Conte, allora il controllo del territorio e il sistema elettorale e clientelare sarebbero stati gli strumenti per acquisire il potere locale e trattare con successo con il governo nazionale.

Sebbene sicura del lavoro svolto da Invidia, e che giorno e notte il Maganzese sarebbe stato roso dal tarlo instillatogli, Alcina volle aggiungere un suo intervento diretto. Raggiunge Gano mentre si accinge a uscire, dopo aver dato ordini a campieri, servi e picciotti. Gli appare nel vestibolo avvolta in un mantello. Quando lui la scorge, la fata si scopre, mostrando tutto lo splendore del suo abbigliamento. Si presenta e gli chiede come intende agire. Gano le espone quanto fatto fino allora e come intende usare contatti, amicizie e risorse. Le confida anche le sue impazienze per la titubanza di Agramante, che tarda a muoversi, ancora incerto nonostante le pressioni che gli giungono da più parti. Il Generale sa di poter contare sul sostegno dall’estero e sull’intervento costante del Conte, gli è stato pure assicurato che disporrà di uomini, armi e denaro a sufficienza, ma non intende correre i rischi delle precedenti spedizioni. Vorrebbe poter contare su una diffusa rivolta locale o almeno un clima insurrezionale, tanto da eccitare “settari”, picciotti e cafoni.

Alcina risponde perentoria che avrebbe risolto il problema e, pur promettendogli un futuro denso di ricompense, gli lascia intanto una borsa di monete d’oro, per le spese e le prime alleanze – aggiunse maliziosa.

Sapeva Alcina a chi affidarsi per smuovere la titubanza di Agramante. Trovò la strega Discordia in fibrillazione sulla soglia di casa, impaziente di partecipare alla partita. Dopo pochi giorni cominciarono i fuochi fatui nelle campagne e a Palermo; erano pure sbarcati a Messina Giovanni Corrao e Rosolino Pilo, arruolando “settari”, picciotti e cafoni lungo la costa settentrionale dell’isola, con l’appoggio di baroni e campieri. Intanto, il mago Atlante era già all’opera e l’angelico sembiante irretiva e distraeva cavalieri e paladini duosiciliani, generando sbandamenti, scompaginando le guarnigioni, intralciando la repressione dei tumulti e il ritorno all’ordine.

Eppure, pochi giorni prima dell’imbarco, il quartier generale di Agramante a Genova fu informato via telegrafo che tutte le rivolte erano state sedate. Pare sia stato Francesco Crispi a manipolare ad arte il dispaccio e spingere il Generale a partire. Il 1° maggio era invece arrivato al Conte un messaggio del marchese d’Aste che lo informava che le bande di insorti erano poche e sotto il controllo della polizia borbonica, ma “l’esercito duosiciliano non costituiva più un pericolo”: tutta la Sicilia è quieta, concludeva, “fuorché Marsala”.

Intanto, gli eventi incalzano. Sin dal febbraio 1860, servizi segreti e ambasciate informano il governo duosiciliano e re Francesco che si stanno intensificando i movimenti di uomini, denaro e armi per una spedizione sulla costa meridionale della Sicilia, quella meno presidiata da flotta e truppe borboniche. In primavera, Genova era in fibrillazione per gli arruolamenti e la preparazione dell’impresa; la città, come scrive il 27 aprile il ministro Farini al Conte, “pullula di spie, agitatori, burattinai e burattini”. Due giorni prima, il Conte aveva richiesto con urgenza all’ambasciatore sabaudo a Napoli, Pes di Villamarina, di procurargli una dozzina di carte topografiche della Sicilia e della parte continentale del regno, che gli giungeranno il giorno successivo tramite il piroscafo Lombardo della Rubattino, lo stesso che, insieme al Piemonte, utilizzerà nove giorni dopo Agramante per la spedizione. Alla fine del mese, il Conte si reca per due giorni a Genova a controllare di persona i preparativi.

La sera del 4 maggio a Torino, in via Po, nello studio del notaio Gioacchino Vincenzo Baldioli, si stipula la vendita di due piroscafi – il Piemonte e il Lombardo, appunto – fra l’armatore genovese Rubattino e il governo sabaudo, rappresentato dall’avvocato Ferdinando Riccardi e dal generale Negri di Saint Front, appartenenti entrambi ai servizi segreti piemontesi, con beneficiario Agramante, rappresentato da Giacomo Medici. L’atto prevede il pagamento della somma entro sei mesi, come da accordi presi il giorno prima a Modena fra Rubattino, re Marsilio II e il Conte.

Per non coinvolgere platealmente il governo piemontese agli occhi delle potenze europee, i due piroscafi saranno sequestrati la sera della partenza, inscenando un finto atto di pirateria. Nello stesso giorno, il Conte aveva ordinato all’ammiraglio Carlo Pellion conte di Persano di pattugliare a sud della Sardegna con le pirofregate Maria Adelaide, Vittorio Emanuele e Carlo Alberto e scortare con discrezione l’ormai imminente navigazione di Agramante. Contemporaneamente il vicecomandante della flotta inglese nel Mediterraneo, ammiraglio Mundy, riceveva dal suo governo l’ordine di pattugliare il Tirreno meridionale e il canale di Sicilia.

Impadronitosi in piena notte dei due piroscafi, Agramante salpa da Quarto, vicino Genova, alla volta della Sicilia con un migliaio di uomini, in buona parte soldati appositamente congedati dall’esercito piemontese, veterani delle campagne del 1848-49 e delle guerre di Crimea e di Lombardia.

Ma diferisco un’altra volta a dire

quel che seguì, se mi vorrete udire.

(L. Ariosto, Orlando furioso, XI,83,7-8)

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